Alcuni di una particolare fascia di età che di sicuro possono condividere alcuni ricordi. I ragazzini dei primi anni ’90, quelli che si affacciavano sui campetti (il nome playground è arrivato più tardi con l’abbattimento degli ultimi ostacoli della comunicazione) per scimmiottare in maniera buffa mirabolanti azioni di basket e provare a giocare. Coloro i quali si appassionavano all’NBA in quel periodo ricordano lo sfoggio sempre più frequente di canotte da gioco, originali o millantate tali. Alcuni, molto pochi in realtà, potevano vantare un non meglio specificato parente negli States che “l’anno scorso mi ha riportato questa, veramente originale, non come quelle che si trovano qua!!”. Tutti hanno avuto almeno un amichetto del genere. Neanche necessario specificarlo: la più diffusa era quella rossa col 23 nero sulla schiena, la casacca Bulls di Michael Jordan, probabilmente l’ultima vera leggenda sportiva intesa in senso letterale.
Poi c’erano i cosiddetti outsiders, quelli un po’ in controtendenza ma sempre con mostri sacri del gioco: alcuni preferivano il 34 di Sir Charles, altri quello di Hakeem “The Dream” Olajuwon. Tra questi cominciò a comparire la canotta nera a righine di quello che poi sarebbe divenuto il più dominante centro della storia, l’inarrestabile Shaquille O’Neal, prima scelta assoluta nel draft 1992 da parte degli Orlando Magic. Franchigia di cui poi lui ha fatto la fortuna per i successivi lustri … eh no! Perchè i Magic fanno parte di quella categoria di squadre per cui il business viene prima della gloria sportiva. Non che l’aspetto economico sia secondario in alcuna delle 30 squadre, anzi. Ma alcune sembrano, nel corso degli anni, ben intenzionate a scansare le occasioni e quando proprio ci sbattono contro, liberarsene come se scottassero. Orlando fa indubbiamente parte di queste. Pare abbiano una predilezione per i centri forti e dominanti, che finiscono spesso per preferire Los Angeles come destinazione di una trade. Tutto sommato questo spudorato atteggiamento di massimizzazione del profitto non scandalizza i supporters locali, diversa cultura dello sport; da altre parti gli strascichi sarebbero durati decenni forse. Così ricomincia la stagione dei Magic, senza un Howard che sta ancora cercando il sentiero vincente tracciato a suo tempo dal Big Aristotele; squadra in partenza per un tour de force all’ovest (5 gare in 7 giorni) tra molti dubbi e poche certezze. Una di queste è che se si tornasse del tutto a testa bassa il record diverrebbe decisamente preoccupante: si parte dalla Florida con un affatto rassicurante 5W-10L. Rimpinguate le casse urge una soluzione (a questo punto rimane solo la tattica, fino alla prossima trading window) per non doversi battere troppo il petto nel futuro prossimo.
Cominciano decisamente alla grande domenica 02 Dicembre battendo i Los Angeles Lakers e il grande (in tutti i sensi) ex dell’occasione. Un ultimo quarto monstre da 40 punti regala a Orlando la vittoria. A 5’13” dalla sirena finale, sull’88 pari, la difesa angelena si scioglie e viene colpita ripetutamente dalla lunghissima distanza; la tattica dall’altra parte è semplice, mandare Howard al tiro libero. Il lungo “contribuisce” con un 10 su 18 dalla linea e si chiude 113-103 Magic. Simbolo di questa gara Arron Afflalo con un contributo di 30 punti, Glen Davis sempre più capitano di questa squadra appena riformata. Ma non c’è tempo per riposare, il giorno dopo si è di scena sempre in California, un po’ più a nord. Evidentemente i Magic si sentono a proprio agio in zone costiere tanto è che si impongono anche sul campo dei Golden State Warriors 102-94. Record di segnature condiviso questa volta: 24 sia per Afflalo che Davis. La squadra di coach Vaughn si dimostra superiore in area (48-36) e dalla linea dei liberi (87,5% – 72,2%) vincendo anche questo turno l’ultimo quarto per 33-25; cosa notevole considerando l’impegno di appena 24 ore precedenti e il record ben oltre il 50% degli avversari. Nonostante un ottimo Stephen Curry (25 punti e 11 assist) Orlando inizia 2-0 il proprio tour nella Western Conference. Prima battuta d’arresto due giorni dopo nello Utah: 87-81 per i Jazz. In una partita che verrà ricordata per la percentuale da tre (6.7% ORL e 10% UTA) e poco altro, Al Jefferson si distingue con 31 punti e 15 rimbalzi. Penultima comparsa all’ovest prima di tornare in Florida è in casa dei Sacramento Kings: nonostante i 20 punti e 11 rimbalzi di Davis, Orlando incrementa le L con un 82-91. Troppo bassa la percentuale dal campo (37,5%) e soprattutto troppi i punti i contropiede concessi (25): i Magic appaiono troppo molli in attacco, affaticati e deconcentrati. Si conclude il tour a Phoenix, Arizona; e si conclude bene: vittoria 98-90. Il momento dei Suns è di sicuro buon auspicio per i nostri, vengono infatti da 6 sconfitte consecutive (7 dopo la sirena finale). Grande prova del rookie Nicholson con un “career” high di 19 punti; piccola rivincita per lui visto che all’ultimo draft proprio i Suns “passarono la mano” nella scelta preferendogli altri. Importante contributo da parte di J.J. Redick dalla panchina con 20 punti e 9 assist. Difficile trovare una lancia da spezzare in favore di Suns, inferiori per percentuali sia dal campo (51.9% – 46.2%) che da tre (33.3% – 25%). Orlando torna così nelle terre natie con un record in trasferta positivo 3-2. Risultato importante quantomeno per il morale: consci che la strada è ancora molto lunga, gli uomini di coach Vaughn possono guardare avanti con più consapevolezza dei propri mezzi.
Sfida nostrana in Colorado coi Toronto Raptors che fanno visita ai Nuggets di Gallinari (13 e 8). Nonostante un furioso ultimo quarto in cui Bargnani e Co. si impongono 35-24, la squadra di casa resiste e la spunta alla fine 113-110. 23 punti alla per il mago, magra consolazione visto che i suoi cominciano la settimana peggiorando il record a 4W-14L. Due giorni dopo i Raptors volano in California a tentare una sorte migliore in casa Kings. Niente da fare anche questa volta: 107-100 Sacramento. In quella che si potrebbe definire, non senza una punta di sarcasmo, una guerra tra poveri (entrambe con 4W alla palla a due); la spuntano gli statunitensi con i 25 punti e 13 rimbalzi di DeMarcus Cousins. Bargnani consegna alle statistiche una prova incolore con 8 punti in più di 26 minuti; inutili i 34 di Lowry e i 21 dell’ex Celtic Pietrus.
Di sicuro il big match della settimana è quello di Giovedì; la NBA fa spazio alle TV e all’audience, dando ragione all’evento con un calendario che, in quella giornata, prevede una sola partita nell’intera Eastern Conference: New York Knicks @ Miami Heat. Una sfida al vertice della classifica, molta l’attesa soprattutto per capire le reali possibilità di una New York fino a questo punto davvero convincente. Impegnativo l’avvicinamento alla gara per gli ospiti di turno, almeno considerando il fatto che la gara più attesa è la seconda di un back to back. Non così impegnativa, almeno sulla carta, considerando l’avversario: si gioca a Charlotte, in casa dell’ex sorpresa di inizio stagione, i Bobcats. Tutto sommato finale thriller per i Knicks che si impongono 100-98 con un fadeaway jumper sulla sirena per J.R. Smith che tira da 6 metri sulla testa di Michael Kidd-Gilchrist. Un giorno di riposo, invece, per i campioni in carica prima di ospitare New York; gli Heat vanno a Washington nella serata di martedì per quella che sembrerebbe una sessione di allenamento. Tutto come da copi0ne, Lebron leader indiscusso della squadra, guida i suoi in tutte le statistiche: 26 punti, 13 rimbalzi, 11 assist, 3 rubate e 2 stoppate. Quasi tutto come da copione … clamorosamente i Wizards vincono la seconda partita della loro stagione grazie ai 22 di Jordan Crawford e un rendimento percentuale superiore agli avversari sia dal campo che dall’arco.
Fiato sospeso per i Knicks a causa di un incidente a una mano per Anthony che alla fine, purtroppo, da forfait. Match in salita per New York: Lebron James prende la scena, finirà con 31 punti, 10 rimbalzi e 9 assist. La squadra di Manhattan risponde alla grande, Felton ne mette 27 e dalla panchina Novak e Smith contribuiscono rispettivamente con 18 e 13 punti. Grande prova per i Knicks che nonostante l’assenza del loro leader si impongono 112-92 dimostrando una ottima percentuale dal campo (45%) e un ottimo possesso palla con sole 7 perse. Grande partenza nell’ultimo quarto con un 9-0 che ha dato il là per la vittoria finale. Serata storta per Wade e Bosh, le due stelle di South Beach combinano per un misero 6 da 25 dal campo, segnando principalmente dalla linea dei liberi. Paradossalmente, quella di tenere seduto Anthony sembra sia stata una ottima tattica: ha fatto saltare l’approccio alla partita degli avversari conducendoli alla peggiore sconfitta casalinga da quando è cominciata l’era dei Big Three. Da notare come i Knicks abbiano vinto sinora 8 partite su 9 senza Anthony, segnale più che positivo di maturità da parte di tutto il roster newyorkese. Il back to back Heat non sembra affatto scontato, a questo punto.
@BettoRenzi