Ci siamo ormai tutti abituati a vedere play che siglano in media 22-23 punti di media in NBA, fingendosi tra l’altro più guardie che registi puri, nettamente differenti da un giocatore, ad esempio, come Steve Nash, che nel suo gioco privilegia le assistenze. Parliamo dei vari Rose, Westbrook, e molti altri giocatori che, più che abituati a far girare la squadra, forzano decisamente più tiri, e nella stra-grande maggioranza dei casi, non distribuiscono mai troppi assist. C’è anche qualche eccezione, rappresentata ad esempio da Deron Williams e Chris Paul, giocatori in grado di offrire sia più di 10 assist a partita di media, sia una ventina di punti siglati a partita. E non è un caso se proprio i due play scelti al Draft del 2005 siano stati convocati per le Olimpiadi.
Il ruolo del playmaker si sta evolvendo, a favore di una sorta di falso play, con meno visione di gioco ed una minore capacità di gestire il ritmo della gara, e decisamente diverso rispetto a quanto si è visto in passato. Sembra esserci una differenza abissale tra la generazione dei Fisher e dei Nash, e quella degli Westbrook, dei Rose, dei Lawson, e della grande maggioranza dei play in circolazione. Tony Parker rappresenta forse la linea di divisione tra due stili di gioco differenti, ed ancora in evoluzione: il francese era il vero prototipo delle point guard moderni, più penetratore e meno passatore, cosa che adesso si è accentuata in quasi tutti i cestisti in quel ruolo.
Se si cerca su un dizionario inglese la parola “playmaker” troveremo come definizione (tradotta) “giocatore che ha il ruolo di offrire opportunità di segnare ai suoi compagni di squadra”. Quindi ormai di veri e propri play, se ne trovano ben pochi, e non è probabilmente un avvenimento positivo. Magari tra una ventina di anni dello stile di gioco di Hall Of Famer come John Stockton, Isiah Thomas, ma anche di giocatori come Steve Nash e Jason Kidd ricorderemo poco o nulla, abituati a vedere due guardie sul parquet.
E’ sufficiente ragionarci solamente un attimo per accogerci della situazione: che play puri troviamo in NBA? Lo stesso Steve Nash, Rajon Rondo, Chris Paul, Ricky Rubio, Jose Calderon, Deron Williams… e chi altro? Anche tra i più giovani questa tendenza al play-guardia è sempre più presente: Kyrie Irving, Brandon Knight, e tra i futuri rookie, ad esempio, Damian Lilard.
Facendo un esempio pratico, pur essendo Russel Westbrook un ottimo giocatore, è in sostanza una guardia pura: alta 1.90 m, con un grande atletismo, una visione di gioco e capacità di passatore più da shooting guard ed un atletismo non esattamente per un playmaker, oltre alla “capacità” di collezionare spesso un numero eccessivo di tiri forzati e non in ritmo.
Ai Thunder magari non potrebbero essere più utili qualche passaggio vincente in più rispetto ad un contributo realizzativo quasi eccessivo per quel ruolo? D’altra parte, i Lakers cercavano da anni un play puro in grado di far girare la squadra, e ora l’hanno trovato, eccome! Steve Nash, tra i migliori assist-man di sempre, è proprio ciò di cui Kobe e compagni avevano bisogno, ancor più del decisamente più acclamato Dwight Howard.
Un giocatore che, pur non essendo la prima scelta offensiva di una squadra, è un eccellente passatore, è una sicurezza per la squadra con la palla tra le mani e nella gestione delle azioni. I playmaker puri, almeno negli USA, stanno diventando merce rara. E, per quanto mi riguarda, per una point guard tanti punti e poche assistenze non valgono la candela.
Federico D’Alessio