Con un Odom in meno da una parte e un Hamilton in più dall’altra, Lakers e Bulls s’incontrano in un caldo pomeriggio di Natale californiano, per lanciare fin da subito un messaggio dopo la lunga pausa del lockout. Volti nuovi anche in casa losangelina, una squadra ben diversa da quella asfaltata dai Mavs lo scorso maggio, ma che a livello di gioco (comunque tentennante) non ha dimenticato la celeberrima TPO, tanto amata da coach Zen; i Bulls dal canto loro non sembrano mai dimostrare le loro vere potenzialità, giocando male sia in attacco che in difesa e relegando al solo Rose il compito di giocare una bella e fantasiosa pallacanestro. Rimandati un po’ tutti insomma, ma in fondo questo è solo l’inizio.
Volessi trovare un termine di paragone a questi Lakers userei probabilmente l’Inter di inizio campionato, senza redini e confusionale in troppi frangenti (tolto comunque che il calcio affiancato al basket è quasi un delitto) e i segnali di un faticoso inizio di stagione erano già stati mandati nella duplice sfida di Preseason contro i Clippers. Coach Brown, reo comunque di alcune scelte poco convincenti nel finale, si ritrova a gestire un gruppo con tante novità per di più senza lo squalificato Bynum e con un Kobe non al 100% causa polso, affrontando fin da subito l’unico back to back to back in calendario per i gialloviola: per carità, Murphy e McRoberts ci mettono tanta intensità e voglia di fare e Ebanks non sembra per nulla da panchinare, ma entrare in un sistema abituato a ben altri livelli non è mai semplice, così come non sarà semplice dover fare un bagno d’umiltà, scendendo di un gradino rispetto a franchigie ben più armate per giocarsi un posto tra le vere contender. Un discorso andrebbe poi fatto sulla mancanza (da almeno tre anni) di un reale playmaker che possa rimpiazzare Fisher, al quale 20 minuti sulle gambe cominciano ad essere un po’ troppi, ed affiancare Blake, che nonostante rimanga un ottimo rimpiazzo, non ha tuttavia tutte le qualità di un play come ad esempio, e dispiace dirlo, le avrebbe avute un certo Chris Paul… L’impressione comunque, al di là che fosse la prima di Regular Season, è che mentalmente i losangelini non abbiamo mai mollato un colpo pur consci di essere inferiori a questi Bulls: il minuto finale, fatto di pazzie tra un Gasol pasticcione e un Mamba solitario non deve quindi cancellare il +10 raggiunto nel quarto periodo, così come non può cancellare il buon lavoro sotto canestro tra rimbalzi e stoppate. E’ saltata una vite, ma esperienza vuole che LA non muoia mai…
Maturità e freddezza sono invece gli ingredienti che la squadra ospite ha saputo sapientemente utilizzare in un finale così concitato, ospiti che tuttavia tornano a casa con la consapevolezza di non avere certo giocato una buona gara, partendo da una tattica offensiva poco efficace e uno sciopero difensivo prolungatosi per troppi minuti: sia chiaro, Chicago resta sulla carta una delle poche vere avversarie degli Heat a Est , ma come prologo non è certo dei migliori a differenza di questi Lakers, che tutto sommato possono reputarsi soddisfatti vista la rosa a disposizione. I Bulls hanno infatti un po’ confermato le scelte della scorsa stagione, andando spessissimo da Rose senza mai trovare altre soluzioni: vero che nessuno dei lacustri (tolto Derek nel primo quarto) ha tenuto le sue penetrazioni o i suoi jump shot, ma sarebbe ben più utile scoprire se giocatori quali Deng o Boozer siano anch’essi in grado di prendersi quell’ultimo tiro leggero al solo Derrick. Difensivamente fermi per quasi tre quarti di gara, solo allo scadere Thibodeau si è fatto perdonare, mandando tre dei suoi su Kobe che testardo ha provato lo stesso la magia venendo però malamente bloccato.
L’86-87 finale insomma, cela da una parte dei Lakers ringiovaniti ma spreconi e che forse si muoveranno ancora sul mercato (Howard?), dall’altra dei Bulls rivedibili, ancora troppo macchinosi e troppo poco efficaci se non fosse per quel fenomenale #1. Si inizia a fare sul serio ed è chiaro che a Kobe e Rose interessi molto più un anello che una statuetta da MVP!
Buone feste,
Michele Di Terlizzi