Botta risposta perfettamente riuscito per i Lakers, che battendo i Suns nel loro fortino si aggiudicano ancora una volta il pass per le Finals, evitando un’eventuale insidiosissima gara-7, tenendo conto di come in game-5 allo Staples la squadra di Gentry era riuscita a mettere alle corde i padroni di casa.
Niente “dentro o fuori” dunque, ma la serie è stata davvero equilibratissima e se a lunghi tratti l’enorme forza dei losangelini ha avuto la meglio sugli avversari, il team dell’Arizona non si è mai arreso credendo fermamente nel passaggio del turno fin dall’inizio: la sfortuna più grande per Nash&co.è stata però, come al solito, Kobe Bryant in uno stato di grazia pazzesco fin dal secondo turno per l’ennesima volta capace di dimostrare la sua superiorità su qualsiasi difensore (chiedete al povero Hill), immarcabile e imbarazzante per la facilità di esecuzione mostrata nei momenti decisivi,il che, signori miei, non sembra lasciare molta scelta quando ancora ci vengono a chiedere chi sia il migliore… Kobe ha fatto penare un po’ i suoi tifosi dopo un primo turno giocato malissimo, in cui, testardo e cocciuto come sempre, ha voluto tenere il campo nonostante le condizioni precarie ed è lecito pensare come molte squadre a Ovest rimpiangeranno il fatto di non essersi aggiudicate quell’ultimo posto disponibile, unica chance di sorprendere davvero LA: invece il gruppo è andato avanti, sull’onda del proprio Black Mamba, i gialloviola hanno macinato gli Utah Jazz, schiantato i Suns tra le propria mura per poi tenere in pieno controllo fino a 12 minuti dal termine gara-6, che si è poi trasformata però in una vera e propria battaglia in cui ogni colpo pareva lecito. I campioni in carica comunque sono riusciti a trovare nei momenti di difficoltà seri contributi non solo dal loro fuoriclasse, ma anche da Fisher, glaciale quando si tratta di mettere la palla dentro nelle difficoltà, da Artest, sbloccatosi forse definitivamente anche in fase offensiva dopo il game winner di giovedì sera, da Odom, anche lui rinato dopo troppe partite nella più totale ombra, ma lodevole pure, prima che Phoenix attivasse una mortifera zona tagliando di fatto fuori dal cerchio i lunghi, Gasol che ogni volta che ne ha avuto occasione ha fatto penare Stoudemire nel pitturato. I problemi, alla lunga, sono sì arrivati con le due gare all’US Airways che hanno visto addirittura 30 e passa punti di differenziale tra le 2nd units, con scarti netti anche a rimbalzo (al sr. Bynum manca una serie per dire ancora qualcosa) ed ai tiri liberi dati che certo non lasciano scampo se si vuole portare a casa la vittoria in trasferta su un campo tra i più caldi della Lega: tutto il resto ovviamente ne consegue, sale il ritmo, l’aggressività, c’è poco da fare, eppure anche in una bolgia come quella evocata nei minuti finali del match di sabato sera i tifosi presenti (forse anche quelli casalinghi) avevano la certezza che il controllo tecnico della serie, la dimostrazione di superiorità sarebbe uscita fuori e così nel deserto, non è bastato aggiustare la mira per mandare a casa i californiani che hanno invece raggiunto l’obiettivo lavorando in gruppo e ottenendo tanto, tantissimo dai propri singoli.
Ai Suns, come tutti gli sconfitti, resta l’amarezza di aver giocato una delle stagioni più eclatanti degli ultimi anni: dopo le 54W stagionali, è arrivata la grandissima vittoria in sweep sugli Spurs, ma come a tanti prima di loro è mancata la forza di trascinare LA all’ultimo match disponibile dopo aver affrontato una serie a viso aperto e messo più volte in difficoltà talenti del calibro dei Lakers. Il rimpianto dunque c’è: disputare un’annata simile non è cosa da tutti i giorni, anche se in squadra hai 10 tiratori puri e un’invidiabile coesione; trascinati da Nash e coadiuvati da una sorprendente panchina non certo ricca di grandi nomi ai Suns è mancato però il fondamentale apporto di grinta e cuore da parte di Amare che ha sempre collezionato tabellini di tutto rispetto (25+6 di media), ma che forse giunge alla fine di un ciclo in Arizona durato ben 7 anni. Ultima menzione ad Alvin Gentry che pare agli inizi di una brillante carriera: dopo aver superato i primi mesi di dure critiche infatti, ha ampiamente dimostrato di poter ricoprire ottimamente la carica di head coach, bravo nel motivare ciascun giocatore tra allenamento e partita in un binomio fatto di corsa e concretezza che hanno portato Phoenix di nuovo tra le grandi della Western Conference.
Gli impossibili jumper del #24 restano invece le premesse con cui i Lakers sbarcano nell’ultimo mese di questa stagione, pronti a prendersi la rivincita contro i dichiarati nemici dagli albori di questo sport: il 4-2 del 2008, ma soprattutto quel -39 sono tristi ricordi ancora impressi nella mente di ciascun lacustre e se arrivare alle Finals a marzo pareva un obiettivo illusorio, di certo non prevedibile, ora, ad un passo dalla gloria, vincere diviene un must…il 12-4 dei Playoffs è ormai lontano, da giovedì inizia tutta un’altra storia. Welcome to The Finals!
Michele Di Terlizzi