Me lo raccontava ieri un amico appena tornato da una dieci giorni losangelina davvero intensa: il pubblico estero fa davvero un baffo a quello italiano. Verificarlo? E’ semplice, faccio partire il torrent scaricato ed ecco che la Philips Arena (il campo di Atlanta) mi compare subito come un fortino inespugnabile, forte tra l’altro, come la saggia grafica ricorda, di nove vittorie filate. Da buon interista abbonato potrei controbattere che l’atmosfera di S.Siro mercoledì sera contro il CSKA era ancor più strepitosa: il punto è che qui si parla di quarti di finale, in Georgia invece andava in scena un semplice match di regular season…
Dieci secondi è sono già in piedi: DJ Mbenga, terzo lungo dei lacustri, saluta Mike Bibby a metacampo facendo un qualche strano commento rivolto a Kobe. L’ex Kings sorride e per fortuna anche il buon congolese, soddisfatto e compiaciuto del suo mini show, torna a sedersi in panca, placando un mio serio principio di isteria contro coach Phil, che, privo da ormai qualche settimana di Bynum, schiera come di consueto Lamarvellous. La partita è da subito accesa, con ritmi alti e i soliti protagonisti in azione, da una parte un quasi perfetto Bibby, dall’altra l’impeccabile Mamba: al primo timeout compaiono in schermo i due cronisti del match tra cui spicca l’enorme sagoma di Dominique Wilkins, l’ex beniamino del pubblico degli Hawks. Divertente come, il suo compare (il meno noto Bob Rathbun), non si permetta una volta di contraddire il francesone, concludendo ogni suo commento con un [i]”Yeah, you’re right”[/i] e passando immediatamente al basket giocato. Ma torniamo sul parquet.
Bibby prima e Crawford poi dunque sfruttano tutti i limiti difensivi ed atletici di Fisher che dimostra di soffrire terribilmente il gioco rapido e veloce degli avversari, anche se nonostante tutto LA non sprofonda, almeno non ancora. Dal secondo parziale però, ecco rievocati i problemi degli ultimi mesi con una squadra che dimostra quasi di aver smesso di giocare a basket, impaurita difronte ai parziali avversari come se la partita finisse di fatto lì. Preoccupanti poi i segnali che arrivano dallo spot PG, con il solo Shannon capace di tenere il campo, ma lontano dall’essere una sicurezza, soprattuto con l’imminente arrivo dei Playoffs. Resta comunque difficile leggere una partita simile, se si pensa che ai gialoviola ne manchino solo sette per completare il ruolino di marcia: vero che Jackson aveva apertamente dichiarato che quest’ultimo tour a Est sarebbe stato importante, ma dal modo in cui ha allenato (zero aggiustamenti e zero soluzioni alla furia di Atlanta) sembra altrettanto chiaro che tra venti giorni la banda californiana non sarà certo quella vista negli ultimi giorni.
Con Drew di nuovo titolare (ancora incerto un suo rientro prima della fine della RS) e Lamar da sesto uomo, la second unit potrebbe riavere qualche energia in più, anche se tanti problemi restano pur sempre nell’esecuzione dello starting five, con la TPO che nove volte su dieci si trasforma in un banale isolamento, a scapito dell’intensità e della continuità del gioco. Si torna poi ad avere una SF di ruolo di riserva come Walton dimenticando momenti di vero scempio come nel match di mercoledì con Kobe da 3, Brown da 2 e Farmar play: come ha detto Tranquillo in telecronaca, questo è il modo in cui Jax ama entrare nei PO, arrivando ad un momento di implosione per poi resuscitare e tirare fuori il meglio…io, a memoria, ricordo quel doppio buzzer-beater di Bryant nel 2004 all’ultima stagionale…[i]we’ll see[/i]
Discorso inverso invece per i padroni di casa: dei ragazzi di coach Woodson (barba davvero incomprensibile) ci si chiede se dopo un paio d’anni di continua maturazione siano davvero pronti a fare il grande salto per poter competere testa a testa contro le tre big della Eastern. Al primo anno infatti Josh Smith, Horford e Marvin Williams erano ai primi playoff in carriera, Bibby si era appena inserito e Joe Johnson si apprestava a disputare per la prima volta dei playoff da stella della propria squadra. Lo scorso anno poi il primo turno è stato superato dopo 7 faticossime partite contro Miami, ma già al secondo round gli Hawks vennero letteralmente spazzati via dai Cavaliers di Lebron James…
La stagione corrente, però, ha visto l’innesto di Jamaal Crawford, che sembra aver dato un ulteriore upgrade al team, un scorer dalle incredibili doti balistiche (probabile vincitore del titolo di 6° uomo dell’anno) che paga solamente doti non brillantissime di playmaking, non essendo mai stato allevato per diventare la mente della squadra sul parquet. A cambio del buon vecchio Mike, ormai l’ombra del fenomeno a Sacramento, servirebbe dunque un 1 più giovane, come Jack o Ford, in modo da sfruttare al meglio le residue abilità di Bibby, pericoloso pur sempre nei piazzati dalla lunga. Capitolo centri: Atlanta resta una squadra fortissima a rimbalzo, ma giocatori come Pachulia ed Horford (abituati ai molli lunghi della East Coast) dovranno vedersela, in un’ipotetica semifinals contro Magic o Cavs, con bestie del calibro di Shaq e Howard, con cui inevitabilmente finirebbero sotto, anche parecchio. Certo, il fattore sorpresa resta la miglior arma nelle loro mani (chi sia aspettava per esempio i Magic in finale lo scorso anno?), ma risulta davvero difficile pensare ad Atlanta che fuori dal proprio campo riesca ad espugnare i campi avversari, soprattutto in ambito postseason.
Morale della favola: gli Hawks sono una bellissima squadra giovane, fisica, atletica e spettacolare, maturata davvero molto (ricordo due anni fa una facile asfaltata dei lacustri proprio alla Philips) senza contare che nella vita ci può sempre stare tutto, ma il mio pronostico resta un’uscita alle semifinals. L’anno prossimo, con un paio di cambi/titolari e Boston sempre più in declino, sarà forse giunto il momento di andare oltre…
Buona Pasqua,
Michele Di Terlizzi