La mia analisi sulla Pallacanestro Reggiana della nuova stagione è nel secondo video, sul primo ritorno sulla mia frase infelice, all’uscita del ds Filippo Barozzi dallo stadio Mapei. Un amico, una persona che stimo molto.
Qui non voglio indugiare su ansia e depressione che da sempre mi accompagnano, ma quando a casa mia arriva un domenicano che dice: “Ti ho visto piangere due volte e ti voglio aiutare”. Ovvero pigliando l’equivalente di 19mila euro in nero, in anticipo, e poi fa un lavoro pessimo, con i peggiori materiali possibili, irridendomi apertamente, nel nome di Dio, della chiesa cristiano evangelica, io non posso dire bugie…
E poi ci metto le forze dell’ordine e gli steward e comunque l’essere sistematicamente interrotto, da anni, con o senza accredito, tantopiù da fine 2018, non facendo più stampa autorevole, siccome siamo umani, capita di andare oltre, in un pensiero. E di questo mi scuso.
Mi è dispiaciuto, avendo tempo, anzi, impazzendo a cercare soluzioni per lo sfratto di quel maledetto arrivato a casa mia per farmi perdere altri 20mila euro, se riesce, fra spese legali e soldi buttati con lui, mi è dispiaciuto, dicevo, non essere invitato alle presentazioni dei nuovi arrivati, anche perchè generalmente sono le uniche occasioni in cui posso andare ad accennare al personaggio, esattamente come vorrei fare in quanti più contesti possibili.
Il mercato, quest’anno, è stato il migliore possibile, con Claudio Coldebella, ma sicuramente con la propulsione economica della famiglia Bartoli, nel basket fra l’altro non si può puntare sui prestiti, sulla valorizzazione dei giovani, dei cartellini, cosa che tiene abitualmente in vita club di secondo piano nel calcio, che seguo generalmente di più, quando non penso alla mia condizione di disoccupato ed evitato, dalla società di alto livello, solo perchè cerco di raccontare una storia, in video, come scrivessi un libro, o andando oltre l’attualità.
Dicevo della Pallacanestro Reggiana forte magari anche più dell’ultimo anno di Stefano Landi proprietario unico, poi Buscaglia non andò bene.
Credo che Veronica Bartoli abbia pensato a investire tanto dall’inizio, per evitare poi una rincorsa affannosa per evitare la retrocessione.
Il secondo posto da serie A2 complica i piani di tante società, costringe a spendere. Perchè se scendi poi fatichi a risalire, come Cantù, come la Fortitudo Bologna, come club che da anni sognano il salto, come Agrigento.
Una volta poi passerò in rassegna l’A2, le favole che mi riportano al passato, ma anche le nuove.
Enzo Bartoli, papà di Veronica, certamente incide nelle grandi scelte della figlia.
Riapro una parentesi che riguarda il fascino della signora di Pallacanestro Reggiana. E’ normale evidenziarlo, si possono toccare anche temi leggeri, a livello nazionale esiste una stampa rosa, il gossip non l’ho inventato io.
I personaggi di spettacolo non sono solo in tv o le regine di instagram, ma pure le fidanzate dei professionisti dello sport, di qualsiasi ambito.
Il taglio è diverso, certo, ma il tiktok è molto leggero, poi ci sono i gusti personali.
Il confine con il sessismo è molto sottile, la percezione adesso è molto cambiata, da parte mia c’è sempre stata solo ammirazione e anzi il rammarico di non poter raccontare a lungo i protagonisti. E’ difficile, generalmente, anche sui tifosi o sui comprimari.
A proposito di low society, qui racconto Roberto, collaboratore di Claudio Sarti, la leggenda del PalaBigi, ritornato in auge dopo la stagione con Ivan Bertocchi, ex ottimo giocatore di squash, e con Francesco Gambetti.
Roberto lavora al Bigi da tre giorni, è di Roncocesi, vicino a dove sono cresciuto io e dove, appunto, ho perso gli 85mila euro in pochi anni, ormai. Roberto per tre anni ha fatto il badante. Non ha il diploma, a differenza di Dante Bertoneri, una delle mie esclusive nazionali, per anni, finita con una querela che è peraltro stata archiviata, in premio alla mia ironia, dopo che avevo fatto per Dante come nessuno.
Dante, ex mediano prodigio al Torino, ha il diploma da badante ma non l’ha mai usato, serviva per alimentare l’attenzione sui suoi ricordi, è stato un ottimo centrocampista durato ad alti livelli un lustro, via.
Roberto ha fatto il badante a un signore di Correggio di 61 anni, che appartiene alla famiglia Culzoni. Ora l’hanno trasferito in comunità, così ha perso il lavoro e l’ha ritrovato tramite Sarti, appunto. Soprattutto, tramite Pallacanestro Reggiana. Perchè dopo due aste andate deserte, pensate dal Comune, la stessa società biancorossa, dunque in primis Enzo e Veronica Bartoli, si fanno carico delle spese per il Bigi, di sicuro elevate.
E qui c’è un racconto sempre dal sapore consolativo, per me, con Nicola Giuliani. Ex scuola media Fontanesi, la stessa mia e di mia moglie Silvia. Si faceva ginnastica, si diceva una volta, alla palestra di via Kennedy, la Emilio Rinaldini dove si allenava anche la Pallacanestro Reggiana della prima serie A2 e della prima A1. Non sempre, ma spesso. E’ l’occasione per accennare agli amatori. “Nè Uisp nè Csi – dice Giuliani, commercialista -, ci troviamo due volte la settimana e quest’anno spendiamo 65 euro per un’ora e mezza. Tanto”.
Ma torniamo lì, la gestione degli impianti è molto costosa, tantopiù con la guerra in Ucraina.
Il caro Matteo Bocchia, numero due della comunicazione nella federazione volley, segue in particolare la nazionale femminile, abbiamo condiviso tanto, negli ultimi anni. Simpaticamente mi scherza: “Vanni, dai, adesso vai a intervistare i passanti”.
E sì, caro Matteo. Soprattutto dove non mi conoscono mi riesce ancora.
Perchè fare il giornalista in tanti contesti significa parlare solo bene. E le storie che piacciono a me si tengono per quando ne vale la pena, soprattutto per le testate per le quali vale la pena.
Meglio sorridere con tiktok che divagare come amo fare io.
Chiudo con uno dei miei eroi, proprio di quando ero adolescente. “Nevrosi, lenta”, canta Francesco Guccini. Amerigo. Si parla di America e di Roosevelt. Che non è naturalmente Bouie, il primo pivot nero arrivato a Reggio Emilia. Erano i tempi in cui Maurizio Bezzecchi iniziava, con la Gazzetta, di Reggio, e io cominciavo a impazzire, per il basket.
“La canèster“, la chiamava mia mamma Emilde, in un mix fra storpiamento di parole e dialetto. La pallacanestro. In questa stagione fa 50, anni. Da 40 la seguo. E adesso avrei fin troppo tempo per farlo. Nonostante o forse proprio per la “nevrosi, lenta”.