Chi non conosce le epiche fatiche di Jordan nella gara a Salt Lake City quando sconfisse i Jazz dopo una nottataccia, la nausea e la febbre, nonchè quell’atteggiamento da albatros spaesato che gli si vedeva in panchina, chino sui suoi pensieri con l’asciugamano in testa? Chi può dimenticare la schiena fragile di Larry Bird, le sue partite frammentarie, quegli atteggiamenti in panchina in cui non poteva esserci neanche la sedia a sostenerlo? O magari i problemi qua e là di Shaq, che puntualmente però, quando serviva, sapeva esserci. Secondo alcuni questa è storia antica, remota, quasi il medioevo rispetto all’attuale Nba, e guardando forse al gioco la velocità e l’atletismo oggi dominanti sono davvero altra cosa rispetto al maggior tecnicismo di qualche annetto fa (si tenga fuori da questo discorso la cappella dell’Alamo, dove coach Popovich, poco zen ma molta disciplina ancora la spiega a molti). La costante è che però la stagione di 82 partite è sempre la stessa, ma il numero di infortuni si è sensibilmente aumentato. Fuori da alcun moralismo, perchè chiunque ha mai allacciato le scarpette sa che può andare incontro ad un infortunio di gioco, quello che sembra paradossale è che certe volte, la sfortuna sembra vederci appieno, accanirsi contro alcuni protagonisti, famosi o meno, e limitarli se non estrometterli dalla Lega di Silver, o da quella che è stata di David Stern.
Pensate a Brandon Roy, una delle più significative steal al draft, preso alla 6 dai Twolves e subito girato ai Trail Blazers per Foye. Giocate che gli valgono il titolo di rookie of the year, concretezza al tiro, potenza nella gambe da saltatore che gli permettono di chiudere in schiacciata, mano chirurgica, sempre e comunque quando si tratta di buzzer beater. Un modello che la Nba propone sempre e comunque quando vuole ricordare le emotions di una partita. “He did it again” era diventato il suo motto. Era, perchè il ragazzo ci ha regalato solo 5 anni di Nba, di cui solo i primi tre a Portland reali. Cronico problema alle cartilagini del ginocchio, un insperato tentativo di ritornare in auge con Warriors e proprio i Wolves, ma nulla, a 27 anni deve appendere le scarpette al chiodo. Per Portland, che aveva puntato sulla splendida asse tra il nativo di Seattle e Lamarcus Aldridge, non è però una novità, tant’è che si è parlato di “maledizione delle prime scelte al draft” e il nome Greg Oden e le sue 12 partite (non fatiche di Ercole) in 3 anni, suona alquanto sinistro. Fortuna per la franchigia dell’Oregon che la vendetta va servita fredda, e di freddezza quel piccolo grande genio di Daniel Lillard ne ha a dovere.
Di Derrick Rose si è scritto e parecchio. Lo stesso infortunio per due volte, il difficile rientro e la classica domanda: sarà tornato quello di prima? Per il pubblico dello United Center, che di vacche magre ne ha viste a dovere dall’era post Jordan, quest’anno sembrerebbe rivedere il #1 di nuovo sui suoi livelli. Una preparazione migliore, un rodaggio nell’estate in nazionale giocata innestando a malapena la seconda marcia, nonchè una squadra nuovo in cui non gravitano solo sulle sue esplosive gambe il peso dell’attacco, han dato respiro al play che ha il vizietto di andare al ferro con una certa aggressività. L’essere stato fermo, almeno delle dichiarazioni di D-Rose, gli ha permesso di lavorare sul tiro da fuori e sui fondamentali che sono indispensabili per la squadra di Thibodeau. La sfortuna però sembra voler essere il più rognoso dei difensori del campione in maglia Bulls. Contatti di gioco aggressivi, in una gara sentita contro Cleveland, lo fan scavigliare. Si preferisce non farlo rientrare, ma non crediamo sia un caso che una nuova ala dello United Center sia stata adibita a sala raggi x.
Troppe gare? No di certo, ma sono cambiate le esigenze delle squadre, le preparazioni ed i modi di recupero. Talvolta la tecnologia riesce ad allungare le carriere di alcuni grandi campioni, come si evince dal fatto che Tim Duncan, che qualche anno fa sembrava vicino al ritiro, dopo alcuni trattamenti miracolosi in Germania sia tornato quasi quello degli esordi, ma con tanta esperienza in più. Guardiamo invece in casa nostra e pensiamo a due situazioni strane, paradossali e diametralmente opposte, come Bargnani e Gallinari. Anche per il Mago la sfortuna sembra averci messo più di qualche semplice zampino, tant’è che prima del suo addio a Toronto, oltre che per una carenza di rimbalzi per un lungo di 213 cm, si apostrofava l’italiano come un giocattolo rotto. Dei suoi periodo italiani e dei suoi primi 2 anni a Toronto non si ricordano cartelle cliniche, ma ora il ginocchio, ora il gomito, ora qualche problema muscolare lo tengono fuori, anche ora nella rotazione di coach Derek Fisher, che sembrava intenzionato a rilanciarlo, anche e soprattutto come alternativa con maggiore soluzione offensiva. Per Danilo invece si ha del paradossale. Dopo che aveva combattuto nella grande mela contro i problemi alla schiena, e affermatosi come giocatore di sicuro prospetto a Denver, arriva il brutto infortunio al ginocchio. Ma l’operazione non va a buon fine, si deve tornare di corsa sotto i ferri e le stagioni perse sono due. Ora il rientro, quasi a tentoni, con spezzoni di partita, una forma da ritrovare e una confidenza persa. Ci aspettiamo qualcosa di più?
La verità è che gli infortuni di Kevin Ware di Louisville prima e quello di Paul George questa estate, stanno portando i giocatori a considerare con maggiori cautele le possibilità e le tempistiche di ritorno. Qualche critico giornalista definiva i giocatori Nba tutelati “anche per un’unghia spezzata” ma la realtà è che quando un giocatore superstar come Kevin Durant in intervista dice di non voler forzare e di aspettare la totale sicurezza prima di rientrare sul parquet, allora bisogna interrogarsi e riflettere con calma. Sfortuna che ha falcidiato però la franchigia di Oklahoma City, che si ritrova senza giocatori o quasi a disposizione di coach Brooks. Oltre a KD, vengono a mancare Westbrook per un problema alla mano, Morrow e Lamb a limitare un pacchetto inenistente per gli esterni, cui si sono recentemente aggiunti anche Reggie Jackson, Ibake, Jones e Roberson, che stavano provando a tirare su la squadra in questo momento di empasse.
Non potevamo però lasciare dal nostro curioso bollettino medico i Lakers, nella peggior stagione della loro storia dall’epoca in cui i laghi (da cui deriva il nome) erano davvero rappresentativa della franchigia, allora nel Minnesota. Il peggio sembrava passato, perchè il ritorno dall’infortunio di Kobe aveva riportato fiducia. Neanche 5 partite, entrambe perse, e si è capito che l’annata è da gettare alle ortiche. Randle, ottima scelta al draft si lesiona la tibia all’esordio contro i Rockets, Nash fuori tutta la stagione, Nick Young ancora ai box. Può un timoniere unico, seppur di talento sopraffino, guidare una squadra di medio basso livello verso qualcosa che definire un sogno sarebbe pretenzioso? Di certo questa si chiama inversione di fortuna, almeno per la città californiana. Se pensiamo ai tempi in cui i Clippers erano i cosiddetti fratelli poveri, ed ora si trovano il miglior play americano in circolazione, ovvero CP3 (Chris Paul), unito a un giocatore di estro come Blake Griffin, le cose si fanno interessanti. E pensare a quando erano davvero così “sfigati” da non prendere Iverson, puntando tutto sulla loro scelta Shaun Livingston, prima che uno dei giocatori che più avevano cervello ed estro atletico si rompesse tutto il possibile, senza più tornare ai livelli di un tempo. O a quando a Cuttino Mobley, che toglieva sempre le castagne dal fuoco quando serviva, veniva diagnosticato quel problema al cuore che gli faceva finire la carriera anzitempo. Altri tempi, altri costumi, avrebbero detto i latini. Specie se ora c’è tanta abbondanza ed il problema fondamentale è risolvere la percentuale ai liberi di Deandre Jordan.
Sperando in bollettini medici meno fitti, meno gravi, e sperando che lo spettacolo della Nba possa essere solo quello del campo, delle giocate e dei campioni, e non delle loro pagine Instagram con foto da ospedali, possiamo solo dire let’s play the game, and good luck to everyone.