Che noia, che barba, che barba che noia. E non lo dico solo perchè in questo pezzo parleremo anche di James Harden.
Ci risiamo, con uno dei mali che maggiormente sta attanagliando la lega in questi anni, ovvero la presenza prepotente del salary cap e del peso eccessivo delle valutazioni economiche su quelle tecniche.
E’ di questi giorni la notizia (ancora da capire se fondata o meno) che i Memphis Grizzlies abbiano messo sul mercato Rudy Gay o Zach Randolph (decisamente poco credibile questa seconda ipotesi); il motivo? Il suo contratto, onestamente eccessivo, che lo porterà dal prossimo anno a guadagnare circa 19mln di dollari, provocando uno sforamento del cap di Memphis di circa 4mln, con il conseguente obbligo di pagare la luxury tax e tutte le altre draconiane misure previste in questa situazione. Memphis è un mercato piccolo, diciamo pure disperato, e la proprietà non se lo può permettere.
Se queste voci fossero vere, e se entro fine febbraio avessimo Gay con un’altra maglia, ci troveremmo dinnanzi all’ennesimo caso di scelta operata da una franchigia per motivi esclusivamente economici.
Memphis quest’anno è decisamente una contender, e questo sarebbe il primo anno in cui tutto il roster è in forma e potrebbe provare a dimostrare di essere degno dei massimi livelli. Se sei a LA, o NY, sai che prima o poi qualcosa di bello ti capita: se sei a Memphis, per poter avere un’occasione così si devono allineare parecchi pianeti, e vedere che tutto questo viene buttato alle ortiche dà abbastanza fastidio.
E se anche per assurdo non si trovasse l’accordo per una cessione, comunque il rincorrersi delle voci ha buone probabilità di rovinare il clima dello spogliatoio, uno dei punti di forza dei Grizzlies. Guardate cos’è successo ai Lakers, prima con Odom, e ora con Pau Gasol!
Non è la prima volta che succede, anzi, sta diventando tristemente frequente.
Solo qualche mese fa i Thunder, in rampa di lancio dichiarata verso il titolo, hanno dovuto rinunciare a Harden, semplicemente perchè non se lo potevano permettere.
Due anni fa Boston è stata costretta a scambiare Perkins, in quello che forse era l’ultimo anno veramente buono buono dei Big Three. Ma sapendo che nell’estate non avrebbe potuto rifirmarlo alle cifre che chiedeva, Ainge ha preferito cederlo durante la stagione per portare a casa qualcosa in cambio.
Atlanta ha smontato una squadra che le garantiva un accesso più o meno costante al secondo turno dei Playoffs pur di liberarsi del contrattone di Joe Johnson.
I Magic della finale persa contro i Lakers non hanno rinnovato Turkoglu, vera anima e mente della squadra, pur di non dovergli allungare il massimo salariale che al momento il turco onestamente meritava. Da lì è partita una serie di sfighe a catena che nemmeno la maledizione del “Bambino”. I Magic non sono più andati nemmeno vicini alla finale, Turkoglu (pur con in tasca i soldi richiesti) non si è inserito nel nuovo contesto tecnico a Toronto, ha perso fiducia, è finito ai margini della rotazione, poi sbolognato a Phoenix, prima di chiudere il cerchio e tornare, sempre per quel massimo salariale, ai Magic. Ovviamente senza essere nemmeno la metà del giocatore che era allora.
I Jazz qualche anno fa hanno dovuto cedere praticamente a gratis Eric Maynor ai Thunder, pur di non sforare il cap: certo, visto come sta giocando quest’anno, potrebbe non sembrare grave, ma se riuscisse a tornare ai livelli fatti vedere prima dell’infortunio, parliamo di un giocatore quasi da quintetto.
Sono solo alcuni esempi, che mettono però in luce una tendenza preoccupante; chiariamo: santo salary cap, che permette a tutte le franchige di non fallire, e dà una parvenza di pari opportunità a tutti (oddio, poi ti trovi roster che costano 2-3 volte altri, e ti chiedi cosa sia andato storto); e giusto anche il fatto che quando prendi una decisione su un giocatore le motivazioni siano anche economiche oltre che tecniche.
Gli esempi citati prima però sono tutte scelte tecnicamente sbagliate (per altro in maniera consapevole, cioè non dovute a errori di valutazione su un giocatore), dettate esclusivamente da ragioni finanziarie.
Non ho proposte risolutive intelligenti da fare, ma ci tengo a registrare che la tendenza è sempre più presente, e sapere che ci possono essere addirittura dei titoli che si spostano da un posto all’altro per motivi meramente economici, mi fa un po’ tristezza.
La seconda vita del barba
Dal punto di vista di OKC, la rinuncia ad Harden è stata dettata solo da motivi economici (e vorrei anche vedere che fossero scontenti del rendimento del giocatore!).
Quando inizialmente ho dato la mia prima impressione sulla trade, facevo osservare come secondo me anche le motivazioni di Harden fossero state (stupidamente) economiche.
A un terzo della stagione, mi viene da pensare che invece Harden fosse sincero quando diceva di volere più spazio.
Noi a volte ci dimentichiamo che questi ragazzi sono arrivati nell’NBA, oltre che per copiose doti di talento e mezzi atletici, anche per degli Ego ipertrofici, che li facevano stare in palestra ad allenarsi più degli altri, e gli faceva credere che comunque un giorno ce l’avrebbero fatta, a dispetto di tutte le delusioni incassate.
L’idea che il barba aveva di sè era di poter essere la prima punta di una squadra NBA. Sinceramente non lo credevo: una cosa è essere un giocatore fantastico, fondamentale e estremamente duttile, in un contesto dove però tutte le attenzioni della difesa sono rivolte ad altri compagni. Un’altra è poter pensare di prenderti 25-30 tiri a sera contro difese preparate su di te, e garantire con costanza tutte le sere almeno 20 punti con percentuali accettabili. Direi che Harden mi ha abbondantemente smentito, andando oltre ogni più rosea previsione.
E in fin dei conti forse la sua scelta non è nemmeno stata sbagliata: davanti a sè ha 3-4 anni a Houston, dove difficilmente vincerà qualcosa, ma potrà crescere come giocatore e come leader. La squadra non è certo da finali, ma qualche apparizione ai PO può sempre farla, e quindi permettere di farsi esperienza anche in questo campo.
A quel punto Harden, che avrà 26 anni e sarà nel pieno della sua maturità fisica, atletica e tecnica, potrà ricominciare a puntare al titolo, o portando qualche altra stella ai Rockets, oppure cambiando aria, e scegliendosi la sua destinazione.
Se fosse rimasto a OKC, probabilmente avrebbe vinto prima un anello, ma l’avrebbe fatto da gregario: per uno col suo talento non è la stessa cosa.
Vae Victis