USA – All-Around http://all-around.net All-Around.net la webzine dedicata al basket Fri, 07 Dec 2018 18:44:22 +0000 it-IT hourly 1 http://all-around.net/wp-content/uploads/2015/09/cropped-All-Around_logo-102-32x32.jpg USA – All-Around http://all-around.net 32 32 NBA 2018-19: Still awake? Il solito novembre nero, i 1.000 modi per morire, il bivio di Marks http://all-around.net/2018/12/06/nba-2018-19-sill-awake-il-solito-novembre-nero-i-1000-modi-per-morire-il-bivio-di-marks/ Thu, 06 Dec 2018 16:42:23 +0000 http://all-around.net/?p=167381 A novembre come stanno i Nets? tutto quello che c'è da sapere su LeVert, Russell & C.

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Corsi e ricorsi storici tutt’altro che favorevoli per i Nets: esattamente nel medesimo momento della stagione NBA , come lo scorso anno persero D’Angelo Russell e, con lui, ogni velleità di restare competitivi, anche quest’anno il brutale infortunio di Levert ha tarpato le pur giovani ali bianconere segnando un doloroso spartiacque.

La nostra è una rubrica di cronaca e di commento, per cui anche #stillawake avrà la struttura storica del prima e dopo, in modo da restare fedeli alla nostra missione. Dopo la cronaca, occorrerà analizzare cosa sia cambiato in campo, le ragioni del tracollo sul piano di gioco e risultati e ciò che ci aspettiamo che cambi non tanto nelle strategie di lungo termine societarie, già chiaramente indirizzate verso l’all-in nel 2019, quanto nelle mosse tattiche che attendono i macchinisti Marks ed Atkinson da qui all’estate prossima. Si tratta di arduo e spiacevole compito, ma da qualche parte bisogna pur iniziare…

La cronaca prima del 12 novembre: la fiducia ai tempi di Levert. Record 3-2: dopo l’inopinata ed evitabilissima sconfitta interna contro i Rockets, ecco i bianconeri infilare tre vittorie consecutive, con due vittime illustri come 76ers e Nuggets, ferme lì a guardare quanto fossero belli quei Brooklyn Nets. I primi portati a scuola di gioco prima da Levert (18 già a referto all’intervallo), poi da Russell e dall’intero collettivo, autore di una prova magistrale in termini di uso dei blocchi e circolazione di palla. I secondi puniti a domicilio ancora da un buzzer di Levert, spauracchio di qualsiasi difesa e go-to-guy della squadra, tra le altre cose. In mezzo, la passeggiata di Phoenix; dopo, l’onore delle armi contro i Warriors, all’Oracle Arena.

Una squadra dalle mille risorse, capace di andare oltre i propri limiti strutturali (mancanza di atletismo e stazza fisica) con la forza del gioco di squadra, della circolazione di palla, della crescita dei suoi migliori talenti: Caris Levert (e non Carlos, come riportato nella rubrica specializzata di un grande quotidiano italiano- sic…), protagonista di un’esplosione che nessuno, tranne i compagni di squadra, era stato in grado di mettere in preventivo (o, per lo meno, non in questi termini, avendo assunto proporzioni da MIPOY) e Jarrett Allen, meno intellegibile attraverso le cifre (fino a metà novembre 11,4+7,8), meno appariscente, ma da cogliere nei dettagli dei movimenti visti sul campo, in particolare nell’uso del corpo durante l’esecuzione dei blocchi sulla o lontano dalla palla, nella scelta di tempo nel roll, nel senso della posizione in area, nella tenuta (nei limiti concessi da una struttura fisica ancora lungi dall’essere completa) sul post. Intorno a quest’asse si è sviluppato un gioco a tratti spumeggiante e in grado di fare canestro in tanti modi costruendo il tiro con pazienza ed intelligenza, consentendo, ad esempio, a Joe Harris di toccare vette irreali nelle percentuali dal campo e, soprattutto, da tre punti (striscia di gare con quasi il 60%) e a D’Angelo Russell di assumere il ruolo, a nostro modesto avviso a lui più consono, di facilitatore e di finalizzatore (stabilmente oltre il 40% dall’arco, con oltre i tre quarti delle triple realizzate che nascevano da assist ricevuti).

La cronaca dopo il 12 novembre: e poi venne il diluvio…precisamente nella notte tra il 12 ed il 13 novembre, a Minneapolis, ed assunse la forma dello spettacolare infortunio a Levert, complicato “solo” dalla lussazione della caviglia, su cui abbiamo già scritto tutto e davvero non sarà il caso di dilungarsi.

Da lì in poi, record 2-9…Prima, le ferme dichiarazioni di intenti, tutte orientate verso il raggiungimento dei medesimi obiettivi attraverso uno step up collettivo..ma già nessuno ci credeva più. Poi fu il momento dello shock (con Miami); quindi la reazione, con le belle prove contro Washington e ancora gli Heat (decimati, nell’occasione), la dolorosa sconfitta contro i Clippers, a tratti dominati, l’illusione di poter ancora dire la propria. Infine l’ultima fase, la striscia di 5 sconfitte a fine mese (ancora aperta e giunta a 7, mentre scriviamo), con un palese salto indietro sul piano del gioco e di quella circolazione che era stata la chiave di volta del confortante avvio di stagione.

Cosa succede ora sul campo… Inutile entrare nei dettaglio delle singole gare: i Nets hanno trovato…1000 modi per morire. Talora subendo il solito parzialone nel terzo quarto, spesso cedendo di schianto nell’ultima frazione, cessando di condividere la palla e soffrendo, soprattutto, se un comune denominatore vogliamo trovarlo nella serie di sconfitte, l’aggressività della difesa sul portatore e, in generale, sul perimetro (vedansi le debacle contro Clippers e Wizards).

A fronte dei progressi anche lampanti evidenziati da alcuni singoli (ci torneremo), le principali differenze viste in diretta, rispetto ai Nets capitanati da Caris Levert, consistono nella difficoltà nel creare gioco ed assicurare il movimento della palla.

Levert era un ottimo playmaker, ma soprattutto l’unico davvero in grado di minacciare qualsiasi difesa attaccando l’uomo ed il ferro direttamente dall’uno contro uno, costringendo gli avversari a ruotare o a raddoppiare e facilitando, così, lo smarcamento di un tiratore per la tripla aperta o di Allen in post up.

Fuori lui, Dinwiddie ha fatto ciò che ha potuto e lo ha fatto anche bene (17,9+5,8 dopo il 12 novembre), incrementando ulteriormente la propria produttività e trascinando la squadra ad alzare i ritmi, essendo l’unico dotato di un primo passo appena accostabile a quello di Levert.

Tuttavia, la difficoltà, ad esempio, a superare il lungo, schierato in attesa a chiusura del corridoio, e a trovare una decente chimica con D’Angelo Russell non ha consentito il raggiungimento dei medesimi standard di rendimento in termini di produttività del gioco (OFFRTG: 109,8 prima dell’infortunio a Levert vs 106,1 dopo l’infortunio). La sfera arancione circola molto meno bene (AST%: 60,4 vs 51,8) e si fatica a trovare il tiratore: una buona difesa sul P&R o in raddoppio sulla palla consente, di solito, di spegnere alla fonte le velleità dei Nets, così come visto nei tanti finali in cui anche le gare più combattute si sono risolte a sfavore dei bianconeri. Il ricorso agli isolamenti o alle triple dal palleggio e fuori ritmo, infrequente prima del 13 novembre, è cresciuto a dismisura (2FGMAST: 51,6% vs 44,7%; 3FGMAST: 79,3% vs 69,4%), con inevitabile peggioramento della qualità delle conclusioni e, conseguentemente, delle percentuali (FG%: 45,1 vs 42,8; 3P%: 36,5 vs 31,9).

L’infortunio occorso ad Harris, poi, privando i Nets anche di un secondo titolare, ha chiuso ogni varco alla speranza e prosciugato di risorse anche la panchina, fino a venti giorni fa tra le più produttive della Lega. Vengono a mancare il respiro e l’energia che la second unit era in grado di offrire, così come, nei finali, latitano l’imprevedibilità, il genio, la capacità di andar dentro e colpire di Levert. Il prodotto finale è spesso troppo prevedibile e facilmente controllabile, per chi affronti i Nets con la giusta fame di vittorie.

Non che i giocatori più quotati non abbiano fatto di tutto per sopperire: Russell si è preso molti più minuti, palloni, responsabilità. Ha toccato i 38 punti nella sfortunata sconfitta contro Philadelphia (quella del buzzer di Butler), i 30 contro Cleveland (losing effort anche qui…), si è speso in difesa, compiendo gli auspicati passi avanti (STL: 1,1 vs 1,6), ma ha visto calare di molto il proprio rendimento dall’arco (40,2 vs 30,5); ha saputo a lungo tenere in piedi la baracca, ma mai è stato in grado di chiudere le partite, cosa che, invece, ci si aspetta torni a fare fin dal suo infortunio, giusto un anno fa.

Crabbe è stato, a sua volta, promosso titolare in spot 2, facendo registrare significativi progressi, soprattutto in attacco (FG%: 25,2 vs 37,8; 3P%: 26,9 vs 41,8), ma anche in difesa, fronte sul quale appare sempre uno dei più aggressivi e tra i meno disposti a mollare sui blocchi, ma non è, e probabilmente non sarà mai, il go-to-guy della squadra.

Joe Harris, atteso al rientro manco fosse il salvatore della patria, è, tuttavia, pur sempre un fenomenale tiratore in situazioni di spot up e uscendo dai blocchi, e probabilmente, forse proprio per le sue caratteristiche, è anche il giocatore che più ha risentito della decrescente qualità della manovra (addirittura sceso al di sotto del 30% dall’arco nelle otto gare giocate senza Levert!).

Le attenuanti, certo, non sono mancate, dalle assenze concomitanti (oltre al lungodegente Graham, è mancato Allen nelle prime due uscite senza Levert, Harris nelle ultime tre) ai ripetuti e tradizionalmente ostici back-to-back, per cui, forse, un giudizio definitivo e nettamente tranchant può apparire frettoloso. Tuttavia parlano i volti, la dice lunga il linguaggio del corpo: basta osservarli, per scoraggiare e trasmettere un senso di fatalismo in chi guarda la partita. E, forse, sono proprio gli sguardi e le sensazioni, più ancora delle cifre, i segni più evidenti ed emblematici di quanto sia cambiato il destino dei Nets in questa stagione.

Dicembre dovrà rapidamente dirci se i ragazzi di Kenny Atkinson, recuperato Harris (ormai prossimo al rientro), sapranno trovare la quadratura del cerchio ed uscire dalla impasse che ne paralizza il gioco e ne inibisce la resilienza, mettendo per lo meno a frutto gli spazi lasciati vuoti da Levert e sperimentando nei ruoli obiettivamente ancora vacanti o solo parzialmente coperti nel roster attuale.

Pensiamo, per esempio, ad una delle poche note positive, a tratti sorprendenti, di questo disgraziato momento della stagione e della storia recente bianconera: Rodions Kurucs sta non soltanto mostrando flash di talento, non soltanto dimostrando di essere, contrariamente alle previsioni, ben più pronto di Musa per tenere il campo nella Lega più ambita e difficile del mondo… No: Kurucs, non a caso già beniamino dei tifosi, sta spiegando con i fatti, sia pure nei pochi minuti di impiego, di poter avere già un impatto sulle partite! Porta in campo un’energia contagiosa, come gli riconosce lo stesso coach, ha mani veloci in difesa, sa correre e portare palla, è dotato di un ottimo primo passo, regge già discretamente i contatti, ha un buon impatto a rimbalzo, soprattutto grazie ad un intelligente senso della posizione e ad un’elevata reattività. E pazienza, se le percentuali dalla lunga sono ancora oltremodo rivedibili: la meccanica già piuttosto composta lascia presagire che Kurucs sia destinato a competere per lo spot 4, oggettivamente il peggio coperto nei Nets odierni, e, chissà, anche ad incarnare quello stretch four capace di trattare la palla, assicurare peso nei pressi, ma anche gioco lontano dal ferro, che, Levert o non Levert, rappresenta il vero anello mancante di questa squadra. A Kenny il compito di dosarne bene il minutaggio, tra esigenze di spazio e necessità di tutelare la preziosa risorsa.

…e sul fronte societario? L’attendismo, la paziente ricerca del miglioramento attraverso il lavoro, lo sviluppo dei migliori talenti, la traduzione, sul campo, della cultura portata da Marks avevano caratterizzato, in modo del tutto sensato, i primi due anni della nuova era: non avendo il controllo delle proprie scelte, tutta la strategia di mercato era votata alla acquisizione di picks ed a scovare assets futuribili dal sottobosco del mercato minore. Sul campo, senza l’assillo dei playoff come della conquista della lottery, era un dare battaglia ogni notte e ricercare la miglior chimica possibile tra i ragazzi e con la filosofia modernissima del nuovo coach. Ha pagato il giusto, ha reso ciò che ha potuto e, forse, anche di più, alla luce delle sfortunate vicissitudini delle pedine migliori.

Poi è iniziata la nuova stagione, interlocutoria anch’essa, ma con in testa un’idea ben precisa, suffragata dalla scelta strategica di portare tutti i giocatori (eccetto Harris, esteso quest’estate, ed i ragazzi scelti negli ultimi tre draft) in scadenza a fine stagione: puntare tutto sulla prossima offseason per completare il rebuilding firmando la star necessaria, magari due, per riportare il nome di Brooklyn nel novero delle contender. Nonostante il controllo (finalmente!) della prossima scelta, società, staff e giocatori hanno fatto quadrato nel rifiuto sdegnoso del tanking, vogliosi di dimostrare al mondo il proprio valore. La sensazione, per quanto prematura, dopo le prime tredici gare, era che, stante anche la pochezza tecnica della Conference (eccettuate le cinque o sei franchigie inarrivabili), questo piano tattico potesse pagare dividendi persino inaspettati: ce la si giocava con tutti e, con un pizzico di buona sorte e di malizia in più, il bottino di vittorie avrebbe potuto essere anche più pingue. Presentarsi sul mercato dei big, la prossima estate, imbottiti di soldi, con la Grande Mela come palcoscenico, la stima ormai unanime per il lavoro dello staff e per l’organizzazione alle sue spalle ed un progetto già competitivo sembrava ormai qualcosa di più palpabile di un miraggio, aveva i contorni, sia pure sfumati, della classica luce in fondo al tunnel. Poi, come dicevamo, venne di nuovo il diluvio…

Che fare? Dopo il 12 novembre e dopo un breve periodo di illusorio, rinnovato orgoglio, alla possibilità di competere per i playoff non crede più nessuno. All’orgoglio sembra essere subentrata la realistica, sconfortata rassegnazione. La striscia aperta di sette sconfitte consecutive ha messo a nudo la disarmante fragilità del sistema privo della sua pietra angolare: è bastato togliere un altro asse portante alla squadra (Allen prima, Harris poi) per far crollare il castello di sogni. Al coraggio di lottare e giocarsela comunque si è sostituita la dolorosa sensazione che quelle sette sconfitte, per quanto molto diverse fra loro, fossero quasi “normali”.

Tra rabbia ed orgoglio serpeggia, in modo sottile ma prepotente, il fatalismo dell’impotenza.

Aspettando Joe Harris (Godot?), le sette sconfitte sembrano misurare l’esatta distanza che corre tra la possibilità di divenire la rivelazione della Conference e la quasi certezza di ritrovarsi ad essere la squadra più depressa della Lega: chi è davanti ai Nets, obiettivamente, oggi pare averne di più; chi è dietro, al netto di manfrine e dichiarazioni di circostanza, è lì perché vuole starci.

In mezzo i Nets, non per loro scelta.

Occorre, ora, prendere il coraggio a due mani e correggere la rotta. Non la strategia, come detto, bensì il piano tattico riguardante la stagione in corso, per tramutare la sfortuna in un’occasione ed i piloti Marks ed Atkinson in alchimisti capaci di convertire il vile metallo di un record negativo in oro spendibile per il futuro.

Sean Marks è chiamato ad accelerare le decisioni, individuando subito il nucleo del suo progetto tra i giocatori a roster (il primo banco di prova a giorni, con la scadenza del contratto garantito di Dinwiddie), sostenendone la crescita, ed andare sul mercato alla ricerca, se possibile, di altri assets e di altre picks, sfrondando con coraggio, sia pur dolorosamente, il pur giovane virgulto da lui amorevolmente seminato e nutrito dei rami meno fruttuosi.

Atkinson, altrettanto coraggiosamente, deve tramutare il resto della stagione in una formidabile palestra, irrobustire i suoi ragazzi con massicce dosi di esperienza, fare scelte in grado di far crescere i suoi ragazzi e…sé stesso, ancora troppo spesso impantanato nei soliti errori di gestione e di lettura.

Se, fino allo scorso aprile, battersi come leoni per classificarsi undicesimi, piuttosto che tredicesimi, aveva un senso, oggi, pick alla mano, non è più così e, benché la parola tanking, a Brooklyn, non piaccia proprio a nessuno, va preso atto che è stato il destino a pronunciarla per loro. Occorrerà trovare la forza di sorridere mentre i ragazzi, pur dando tutto, andranno ancora ripetutamente incontro a 1000 modi per morire, perché il prossimo anno, al draft, forse non ci sarà il talento diffuso dell’estate scorsa, ma i primi della classe, se possibile, saranno perfino più pronti a cambiare le sorti delle loro future, fortunate franchigie.

Nulla, del resto, è stato ancora scritto e la creatività di Marks è davvero un abisso insondabile. I risultati di dicembre, in un verso o nell’altro, ci daranno indizi imprescindibili per leggere il futuro. Mai come stavolta, pertanto…stay tuned!

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NBA 2018-19: Inside-out, proviamo a fare le pulci alla Lega americana… http://all-around.net/2018/12/01/nba-2018-19-inside-out-le-pulci-alla-lega-americana/ Sat, 01 Dec 2018 08:45:11 +0000 http://all-around.net/?p=167221 Il punto sulla NBA delle ultime settimane

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Ovvero, tutto ciò che vale la pena di andarsi a vedere nelle notti malate di basket a stelle e strisce.

A distanza di tre settimane dall’uscita del numero 0 della nostra nuova rubrica, con un quarto di stagione circa ormai alle spalle, sarà il caso di leggere un po’ tra le righe di classifiche, statistiche e quant’altro, ormai alla portata di chiunque, e ricapitolare le notizie salienti, quelle che danno il polso della situazione, i dietro le quinte, le osservazioni fatte in diretta, shakerare il tutto e servirvi il nostro frullato di NBA. Non certo per dirvi chi è il più forte tra James, Harden o Durant, ma cosa valga davvero la nostra prossima notte insonne. Carne al fuoco, stavolta, ce n’è davvero tanta…

Procediamo rigorosamente in ordine…Sparso!!

I Warriors tornano sulla Terra. Citiamo le testuali parole di Steve Kerr, come al solito lapidario, esaustivo e mai banale. Sapete già tutto: Curry si ferma per infortunio (e durante lo stop rimane anche vittima di un incidente stradale, per fortuna senza conseguenze), KD e DG si accapigliano per un pallone gestito male che ha la forma della classica goccia che fa traboccare il vaso, con Durant trattato come un corpo estraneo di cui la squadra non avrebbe bisogno per continuare a vincere. Seguono quattro batoste consecutive, come non era mai successo nella golden era di Oakland. Poi la reazione: la franchigia sospende e multa Draymond Green, Kerr dà la giusta strigliata e arrivano 3 W indovinate trascinate da chi? Proprio Durant, la pietra dello scandalo, che ha viaggiato, in questo breve frame vincente, alla media surreale di 41+9+8 (sic). Esempio di come un campione ed una società debbano rispondere alle traversie. Lasciateci fare una profezia: i Warriors (15-8) ne usciranno più forti di prima e ci sarà tutto il tempo per ricomporre lo spogliatoio, riportando anche l’Orso Ballerino, al momento ancora fuori dalla rotazioni, al suo posto, dove gli compete.

Memphis vede…e rilancia! Cos’è che dicevamo, nel numero precedente? Non scommetteremmo sulla caducità della rivelazione Grizzlies (12-8). Ecco il risultato: sesti ad Ovest, dopo aver toccato anche la vetta e ceduto ai nuovi leader, nello scontro diretto (un po’ di pazienza, ci arriviamo), per un pelo. E lasciamo stare la striscia di tre sconfitte, che nell’arco di una stagione ci può stare. La squadra più vintage dell’anno, lenta, compassata, restia alle bombe da tre, sull’asse Conley-Gasol ha innestato uno stock di ragazzi tremendi, capaci di sfruttare a dovere le meraviglie che nascono dalle mani dei due veterani e gli spazi in area che un maestro come Gasol sa generare. Non basta: ti mordono, ti sfiancano, ti costringono a giocare male, imbruttiscono la partita fino a farti perdere la pazienza. Ti ritrovi a perdere e a chiederti come diavolo sia successo. È notizia delle ultime ore: i Grizzlies riportano Joakim Noah sul parquet: non sappiamo come stia fisicamente, ma certo uno così, per un anno al minimo salariale, non lo si direbbe un pessimo affare per allungare le rotazioni…

Butler, ovvero come svoltare la stagione a due squadre in una mossa. Abbiamo già analizzato, dal nostro punto di vista, la trade che ha chiuso la lunga querelle Butler-Minnesota. E l’abbiamo inquadrata come la classica win-win situation: ne avrebbero giovato tutti. Phila era reduce da un partenza così così, Embiid sempre dominante ma con modesto supporto da un Simmons che pare aver arrestato la crescita esponenziale della passata stagione,  e da un Fultz che stenta a decollare (sembra sia addirittura pronto a finire sul mercato, Cavs in prima fila?). Occorreva un’alternativa sul perimetro, laddove cercare sempre Joel rischiava di pagare lo scotto della prevedibilità. Mai mossa si rivelò più azzeccata, specie nei momenti clutch. E Butler sta ripagando in moneta sonante, con una squadra che ora vince sempre (15-8), talora soffrendo, come a Charlotte o a Brooklyn, ma che poi la porta sempre a casa, proprio grazie ai buzzer del #23.

D’altro canto, Minny (11-11) sembra rinata nello spirito, difensivamente e anche nel gioco offensivo, corroborata da Covington, da Saric dalla panchina e, soprattutto, dalla rinascita di KAT, capace di reagire alle avversità e prendere per mano la squadra su tutti i fronti, fare gioco, difendere il ferro, arpionare carambole offensive, aprire il campo per assistere i tagli o generare drive. Se, poi, il corridoio è aperto per il Derrick Rose di quest’anno, ci vuol poco a passare dal 4-9 con Butler al 7-2 dopo la trade! Noi lo avevamo detto: buon per i Sixers, meglio ancora per i Wolves….

Melo e la fine di un’era. Sensazioni personali a parte, la fine di un’icona che ha improntato e impregnato di sé l’immagine stessa della Lega fa indubbiamente rumore. Poche partite sono bastate ai Rockets per capire che la mossa di concedere un giro a Anthony, resosi peraltro disponibile ad adattarsi al ruolo di rincalzo di lusso, non è stata delle più felici. Melo è fuori squadra, ma, assente anche Paul nelle ultime uscite, stanti le perdite di Anderson e, soprattutto, Ariza, i fenomeni di D’Antoni stentano ad ingranare e, anzi, inanellano sconfitte nelle partite che contano. Presto per dire che sono la delusione dell’anno e certo, avere un Chris Paul a disposizione è un tantino diverso che non averlo, tuttavia vederli languire lì sotto (9-11), quando erano attesi in vetta come l’anno scorso, non può essere sottaciuto. Forse, ma forse, non era Melo il problema, ma che fosse un difficile adattamento, quello richiestogli dal sistema Rockets, poteva essere messo in preventivo. Noi diciamo che una squadra la trova e che tornerà a fare la sua sporca figura, come merita, in chiusura di carriera. Voi?

Il dramma…a metà di Caris Levert. Anche qui, vi abbiamo già detto tutto. Drammaticamente spettacolare e, per fortuna, con lieto fine, il suo infortunio: il ragazzo tornerà in campo tra qualche mese, già in questa stagione. Merita attenzione anche da parte di #inside-out perché Levert era stato, nel numero 0, il nostro candidato MIP e non gli abbiamo portato bene: ci sentiamo in debito. E perché, per via delle diversissime caratteristiche degli altri playmaker a disposizione, ora i Nets (8-14), fino al dramma del Target Center tra le più belle realtà in crescita di inizio stagione, sono di fronte ad un bivio tecnico (cambiare impostazione al gioco offensivo, che infatti stenta a decollare e, nei momenti nevralgici, si perde) e strategico (continuare a lottare su ogni pallone ma senza speranze di classifica, come la scorsa stagione, o monetizzare la ritrovata scelta al draft e, contravvenendo alla propria vocazione, strizzare l’occhio al tanking), anche alla luce della ormai prossima scadenza del garantito a Dinwiddie (che sta viaggiando su medie da serio candidato a 6th man of the year). Estenderà, corrodendo il preziosissimo spazio salariale su cui edificare la prossima offseason, o esplorerà il mercato? Resta il fatto che Levert, una delle pietre angolari del rebuilding bianconero, di cui stavamo appena assaggiando i primi frutti, è venuto meno ed ora Marks è chiamato a tenere insieme la sua opera evitando che gli si sfaldi fra le mani. Forse, il momento più difficile della sua giovane e già di per sé travagliata carriera da GM…

Clippers, ne abbiamo? Davvero, i ragazzi di Doc Rivers (15-6) sono gli underdog (ma lo sono ancora?) più intriganti di questo scorcio di RS e li segnaliamo come il consiglio per la prossima notte insonne. Capilista nella Western Conference e alzi la mano chi lo avrebbe detto a questo punto della stagione. Artefici di un gioco solido, con quattro uomini in campo abili ed arruolati per portare palla, con un Harris versione point forward ed un Gallinari da pelle d’oca, quadrati e perfino divertenti anche con la second unit. I Clippers vincono col piglio delle grandi, con sicurezza, sciorinando il quarto attacco delle Lega, secondo, addirittura, per percentuali dall’arco. Si avvalgono di due centri specialisti nel p&r, quali il solito Gortat e, soprattutto, l’emergente Montrezl Harrell (16,3+7,2 uscendo dalla panchina e nostro personale MIP del momento), con gli uomini giusti ad aprire il campo intorno a loro e tutti pronti tanto alla penetrazione quanto al tiro da fuori… Altra meteora che sta studiando da stella: occhio!

La morale. Se una lezione si può trarre, da questo avvio di stagione, così, a sensazione, senza guardare le stats, ma solo alla luce delle partite viste e dei commenti tra amici, questo sembra l’anno dei lunghi moderni, quelli davvero bravi anche a fare gioco.

Se ad Est, eccezion fatta per il leggero ritardo dei Celtics (11-10), i rapporti di forza sono piuttosto ben definiti, con i soliti noti a guidare la classifica ed i travolgenti Raptors (19-4, reduci dallo scontro fra titani vinto al supplementare con i Warriors di un indemoniato Durant, 51 punti) in testa a tutti, non lo stesso si può dire per il (mai tanto) selvaggio West, dove la zona nobile della graduatoria è ancora un magma bollente e scarsamente definito, con Clippers e Nuggets (14-7 e ne abbiamo parlato la volta scorsa, per noi di All-Around nessuna sorpresa!) in cima e Blazers, Grizzlies ed i risorgenti Mavs del fuoriclasse Luka Doncic a mescolarsi, del tutto a proprio agio, con i favoriti di sempre e perfino a lasciarseli alle spalle. Bene, una delle caratteristiche, per noi il filo rosso, il minimo comun denominatore di queste squadre, spesso diversissime tra loro, è la presenza in campo di big men capaci davvero di trattare la palla, tramutarsi in playmaker aggiunti, fare paura anche lontano dal ferro: Gallo, Doncic (e perdonate la forzatura, non si tratta di un vero e proprio lungo, anzi, ma Carlisle non si è fatto scrupolo di schierarlo anche da 4, col risultato di portare Dallas in zona playoff…), Jokic, lo stesso Nurkic, l’intramontabile e ancora dominante Gasol.

Varrà la pena di tenerli d’occhio, fino al prossimo numero di #inside-out: il dibattito è aperto… Stay tuned!

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NBA 2018-19: Brooklyn Nets, c’è vita dopo Levert? http://all-around.net/2018/11/22/nba-2018-19-brooklyn-nets-ce-vita-dopo-levert/ Thu, 22 Nov 2018 17:28:28 +0000 http://all-around.net/?p=166876 Il punto nel post infortunio di Caris LeVert, sui Brooklyn Nets

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Manca una manciata di secondi all’intervallo lungo, al Target Center, quando, cercando di arginare con le sue lunghe leve la preghiera in penetrazione dei T-Wolves, Caris Levert ricade malissimo, con una violenta extrarotazione della caviglia e resta a terra in un misto di dolore e disperazione dopo aver visto il proprio piede malamente dislocato. Aria di tragedia sugli spalti ed in campo, dove tutti i giocatori si stringevano, in lacrime, in un abbraccio ideale con il ragazzo, mentre questo veniva accompagnato in ospedale.

Ore di drammatica attesa di notizie precise, tremando all’idea di un nuovo caso Hayward, poi, finalmente, il giorno dopo, la fortunatissima conclusione: “solo” lussazione della caviglia con interessamento moderato dei legamenti. Un’evenienza rarissima, in traumatologia sportiva. In un rigo di diagnosi, tutta la differenza che passa fra uno stop lunghissimo, e seri dubbi sul futuro dell’aspirante star, ed una pausa di qualche settimana prima di riprendere con la riabilitazione, con la concreta speranza di rivedere sul parquet il prodotto di Michigan addirittura entro la stagione. Per i Nets, semplicemente significa aver salvato strategia tecnica e di mercato e programmi nel medio e nel lungo termine. In pratica, una svolta!

Si, però resta il fatto che la stagione in corso, nata senza troppe pretese e cominciata, invece, sotto auspici più che dignitosi, aveva perfino illuso i più ottimisti tra i tifosi che si potesse prendere parte alla corsa per i playoff e questo, in vista della crescita caratteriale e tecnica dei ragazzi e, soprattutto, del mercato alla deadline e in offseason, avrebbe avuto una straordinaria importanza. Oggi, invece, nessuno ci crede più, per il semplice motivo che LeVert, al suo terzo anno nella Lega, stava letteralmente esplodendo, avendo assunto, di forza, redini, leadership, ruolo di go-to-guy, trascinatore e bomber della squadra, con una rilevanza tattica, sul campo, difficile da quantificare a parole.

Compagni e staff tecnico lo avevano detto in preseason: Levert era il migliore nel training camp e tutti scommettevano su una breakout season. I fatti stavano dando loro ragione: 19 punti a partita, assist, rimbalzi, palle rubate, contropiede, la capacità di far girare la squadra in modo drammaticamente migliore quando in campo, sempre in fiducia con la palla in mano, lui e i compagni, con la quasi certezza che qualcosa di buono potesse nascere da quel ball handling, da quelle gambe lunghissime, da quel primo passo bruciante, dal controllo del corpo in penetrazione, dalla capacità di assorbire i contatti, dai suoi circus shot capaci di mandare in tilt anche la miglior difesa del ferro, fino a risultare di una spanna il miglior realizzatore in area (11,3 ppg), ben più e ben meglio anche dei big men; ma anche dalla fiducia con cui prendeva il tiro da fuori (non certo la sua specialità), anche quando la mano sembrava fredda, anche dopo diversi errori, anche nei momenti nevralgici della partita, nonché da atletismo e rapidità in difesa, per prendersi cura del miglior tiratore o del palleggiatore quando contava.

Quando c’era lui… Proverò a spiegare in breve, ai tanti appassionati che hanno avuto modo di vedere poco i Nets durante le prime 13 partite della stagione, perché la squadra tirasse tanto, tanto meglio con Caris in campo (68,2 pts on court), sia rispetto alla passata stagione, sia rispetto ai momenti (sempre più rari: 29,7 mpg) in cui il bianconero con il 22 sul petto tirava il fiato in panchina.

Il gioco era semplice (almeno per chi si limita a guardarlo): consegnato di Allen per Levert dopo aver ricevuto da Russell, roll di Allen in area a bloccare per smarcare al tiro l’implacabile Harris, o lo stesso Russell, che si portava in angolo o eseguiva un riccio completo per uscire dai blocchi sul lato debole. Levert ha di fronte a sé un avversario, uno qualsiasi. I più difficili li affronta ricevendo il blocco per creare vantaggio, ma il più delle volte non c’è bisogno, perché il suo uno contro uno è esaltante, un mix di eleganza e rapidità, potenza di spinta sulle gambe. Gli avversari sono costretti all’aiuto al ferro: se arriva in tempo, c’è lo scarico per uno degli altri tre sul perimetro, nessuno battezzabile (ecco le cresciutissime percentuali dai 7,25 dei Nets rispetto all’anno precedente) oppure l’appoggio per Allen in post up, laddove the fro man è cresciuto tantissimo per senso della posizione e tempismo (non per niente quella con LeVert era la coppia più efficiente, in campo, in tutte le stats offensive). Se l’aiuto non arriva, o arriva in ritardo…auguri: il canestro di Levert è quasi una sentenza.

Cosa succede, ora? Possiamo, intanto, dire con certezza cosa non succede: lo stesso giochino, che tanti frutti ha portato grazie alla buona circolazione ed al terrore instillato da Levert nelle difese, che lasciava metri e decimi preziosi ai tiratori, non può essere messo in atto con Russell lasciato solo in cabina di regia, perché semplicemente non ne possiede il primo passo, ha bisogno del blocco pieno per crearsi il vantaggio necessario, non ha l’esplosività per concludere al ferro ove subisca l’aiuto. Lui ne è consapevole, ecco perché la sua classica penetrazione si arresta ai 4 metri dal ferro, con il palleggio sullo stretto ed il floater mancino con parabola alta a scavalcare la mano protesa del lungo avversario. Per quanto eseguita molto bene ed anche elegante a vedersi, questo tipo di azione non determina alcuna rotazione difensiva e non crea spazi sul perimetro, a meno che Dlo non effettui lo scarico sul lato debole, innescando la rapida circolazione, ma questo succede raramente perché Russell ha l’istinto del finalizzatore. Finora Russell aveva reso molto meglio in qualità di SG, al fianco di Levert e con quest’ultimo at the point, tanto è vero che la sua capacità di fungere da facilitatore dopo il drive di Levert o, ancor più, di finalizzatore direttamente sugli scarichi (40,6%3P, 74,4%3FGMAST) sono state parte integrante dell’esplosione dei Nets dall’arco (prima dell’infortunio finanche al quinto posto nella Lega per percentuali dall’arco).

Come venirne fuori? Difficile dirlo. Levert figurava ufficialmente come SG o swingman (2-3), ma di fatto era la guida della squadra. Ovvio che il nocciolo della questione risieda tra le guardie, da e tra loro dovrà nascere la soluzione. Benché non secondario sia il ragionamento da fare sull’uso dei blocchi, in cui Davis è bravo non da oggi e Allen sembra notevolmente cresciuto. Ma un conto è bloccare per Levert, con quell’attacco uno contro uno, altro è farlo per Russell, che ha, invece, bisogno di un blocco solido e magari anche di due bloccanti (come in effetti si è visto più volte).

Contando anche Napier, il più perimetrale dei quattro, l’unico in grado di avvicinare l’esplosività di Levert sul primo passo è Spencer Dinwiddie, giocatore sicuramente meno talentuoso di Caris, ma capace a sua volta di drive brucianti, pur prediligendo il pick and roll classico o ancor più quello laterale finalizzato alla costruzione del mismatch. Dinwiddie sta viaggiando su rendimenti da sixth man of the year e, in quel di Washinghton, ha messo insieme una prova da career high (25+8) ma, chiamato a gestire la squadra contro i Clippers, ha evidenziato anche i limiti che tuttora ha di fronte, ad esempio, a lunghi capaci di aspettarlo e scivolare (Harrell), così come accadde anche lo scorso anno. Resta, tuttavia, il giocatore più simile a Levert  in fase offensiva ed è verosimile e logico, pertanto, puntare sulla capacità di adattamento di SD e, di volta in volta, dosare in modo razionale l’uso delle tre PG disponibili, auspicando due evoluzioni decisive per la stagione:

– il salto di qualità definitivo di Russell, in termini di gestione della palla e consistenza nei momenti clutch;

– la nascita del giusto feeling tra SD e Dlo, finora mai trovato: si tratta della coppia meno efficiente in assoluto (-3,6 +/-, 120,8 DEFRTG con loro due insieme in campo).

Cosa si è visto finora. Una pessima sconfitta interna contro Miami, in cui si è vista una squadra sfiduciata e poco reattiva, sotto shock, ma pesantemente penalizzata dalla concomitante assenza di Allen. La pronta reazione sul parquet capitolino, con le grandi prove di Russell, Dinwiddie e del rientrante Allen, la sconfitta con i Clippers, bruciante, dopo aver dilapidato la doppia cifra di vantaggio conquistata giocando bene per tre quarti. Ma era il solito back to back… Troppe varianti e attenuanti in un campione troppo ristretto di partite per esprimere giudizi, ma qualcosa si è mosso. Russell è cresciuto ulteriormente dall’arco (42,6%), sprazzi di intesa con SD, per lo meno a Washington; Crabbe sembra aver giovato della promozione nello starting five, passando dal 26,9 al 37,5% da 3 punti e mostrandosi volitivo in difesa e, soprattutto, al di là dei numeri, tutti hanno sprigionato una gran voglia di implementare la circolazione perimetrale e di compiere le giuste scelte offensive, attaccando il ferro o tirando in uscia dai blocchi. Allen sta viaggiando alla media di 20+11 dal suo rientro… Sono mancate, nell’unica partita equilibrata delle tre, la sicurezza e l’imprevedibilità di Levert nelle fasi clutch, oltre che le alternative e, diciamocelo, la prontezza nell’adeguarsi alle contromisure avversarie. Ma questa è un’altra storia…

In alternativa, ci sarebbe il ricorso al mercato. Ma quest’ultima opzione non sembra alle viste, poiché il roster è al completo, anche se il mercato appare in pieno fermento e , con Marks, davvero…mai dire mai!

Stay tuned!

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NBA 2018-19: la programmazione di Sky Sport dal 17 al 24 Novembre http://all-around.net/2018/11/16/nba-2018-19-la-programmazione-di-sky-sport-dal-17-al-24-novembre/ Fri, 16 Nov 2018 16:30:34 +0000 http://all-around.net/?p=166576 “SI VOLA TRA LE STELLE BASKET NBA” II grande basket americano è solo sul canale dedicato. SKY SPORT NBA DAL 17 AL 24 NOVEMBRE 2018.
11 MATCH IN ONDA, TUTTI IN DIRETTA ESCLUSIVA, due incontri anche in prima serata, con il commento in italiano: MINNESOTA TIMBERWOLVES-MEMPHIS GRIZZLIES domenica 18 novembre, ore 21.30, Sky Sport NBA e
LOS ANGELES CLIPPERS-MEMPHIS GRIZZLIES.
Venerdì 23 novembre, ore 21.30, Sky Sport NBA e Sky Sport Uno #SkyNBA

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Roma, 16 novembre 2018. Anche quest’anno il grande basket americano NBA è di casa solo su Sky, con la possibilità di ammirare ancor più da vicino tutti i campioni, grazie al canale dedicato Sky Sport NBA (canale 206).

Tra il 17 e il 24 novembre saranno 11 le partite del campionato professionistico statunitense da seguire live su Sky Sport NBA e Sky Sport Uno.

Due i match in onda in prima serata su Sky Sport NBA: domenica 18 novembre Minnesota Timberwolves-Memphis Grizzlies, venerdì 23 novembre, ancora i Grizzlies, stavolta a Los Angeles, in casa dei Clippers di Danilo Gallinari. Entrambi gli incontri alle ore 21.30, con il commento live in italiano.

Aggiornamenti continui anche su Sky Sport 24, sulla App Sky Sport e sul sito ufficiale NBA, in esclusiva in Italia su skysport.it, anche in versione mobile.

Senza dimenticare gli account social Sky Sport NBA completamente dedicati al basket americano, Facebook, Twitter e Instragram (#SkyNBA).

Di seguito, la programmazione NBA in diretta esclusiva su Sky Sport

Notte sabato 17-domenica 18 novembre

Ore 2.30 Dallas Mavericks-Golden State Warriors Sky Sport NBA

commento live originale

(differita domenica ore 11, ore 14, ore 17 e ore 19.30 Sky Sport NBA;

commento Francesco Bonfardeci e Dario Vismara)

Domenica 18 novembre

Ore 21.30 Minnesota Timberwolves-Memphis Grizzlies Sky Sport NBA

commento live Paola Ellisse e Davide Pessina)

(differita lunedì 19 novembre ore 14, ore 17 e ore 21 Sky Sport NBA)

Ore 24 Washington Wizards-Portland Trail Blazers Sky Sport NBA

commento live originale

(differita lunedì 12 novembre ore 11 Sky Sport NBA; commento originale)

Notte lunedì 19-martedì 20 novembre

Ore 1 Charlotte Hornets-Boston Celtics Sky Sport NBA

commento live originale

(differita martedì ore 11 Sky Sport NBA; commento originale)

Ore 4 Sacramento Kings-Oklahoma City Thunder Sky Sport NBA

commento live originale

(differita martedì ore 14, ore 17, ore 20 e ore 23 Sky Sport MBA; commento

Paola Ellisse e Matteo Soragna)

Notte martedì 20-mercoledì 21 novembre

Ore 1 Washington Wizards-Los Angeles Clippers Sky Sport NBA

commento live originale

(differita mercoledì ore 11 Sky Sport NBA; commento originale)

Ore 1.30 New York Knicks-Portland Trail Blazers Sky Sport Uno

commento live originale

(differita mercoledì ore 14, ore 17 e ore 21 Sky Sport NBA; commento Francesco

Bonfardeci e Davide Pessina)

Notte mercoledì 21-giovedì 22 novembre

Ore 1 Philadelphia 76ers-New Orleans Pelicans Sky Sport NBA

commento live originale

(differita giovedì ore 11 Sky Sport NBA; commento originale)

Ore 2 Cleveland Cavaliers-Los Angeles Lakers Sky Sport Uno

commento live originale

(differita mercoledì ore 14, ore 17.15 e ore 20 Sky Sport NBA; commento Flavio

Tranquillo e Davide Pessina)

Venerdì 23 novembre

Ore 21.30 Los Angeles Clippers-Memphis Grizzlies Sky Sport NBA e Sky Sport Uno

commento live Alessandro Mamoli e Matteo Soragna

(differita sabato 24 novembre ore 13, ore 16.30 e ore 19.45 Sky Sport NBA)

Notte venerdì 23-sabato 24 novembre

Ore 2 Indiana Pacers-San Antonio Spurs Sky Sport NBA

commento live originale

(differita sabato ore 11 Sky Sport NBA; commento originale)

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NBA 2018-19: Libera…Melo. La dura legge iconoclasta della NBA moderna http://all-around.net/2018/11/13/nba-2018-19-libera-melo-la-dura-legge-iconoclasta-della-nba-moderna/ Tue, 13 Nov 2018 17:34:24 +0000 http://all-around.net/?p=166454 La difficle situazione di Carmelo Anthony

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Per chi non lo sapesse, la mia sfrenata passione per la pallacanestro a stelle e strisce nasce più di trent’anni fa per diretto interessamento di un signore di colore con la canotta giallo-viola numero 33 e con gli occhialini da gioco e grazie al folkloristico ma competente racconto di un altro signore molto, molto più piccolo del primo, dall’italiano perfetto, ma dallo smodato e scenografico accento yankee, con le sue telecronache la domenica mattina. E la passione non è stata continua, si è nutrita come ha potuto di MJ e, prima ancora, del Mozart dei canestri, che mi fece cambiare i colori del cuore, definitivamente, passando per due finals perse, un cambio di sede, scelte disastrose ed un faticosissimo rebuilding, il più difficile che la storia ricordi. Il tutto, tra le mille peripezie per guardare qualche spezzone di partita, in un mondo di videotapes e risultati al televideo che, per fortuna, non esiste più, sostituito da quella roba del tutto estranea alla mia generazione che risponde al nome di streaming che, insieme col mio nottambulismo vampiresco, ha aggravato il pathos fino a renderlo malattia, nel senso scientifico del termine. Malattia cronica senza speranza di guarigione.

In mezzo ai due mondi, frammenti di storia visti quando e come potevo: c’è stato Hakeem, c’è stato Manu il Fenomeno, e poi i Bad Boys e la loro pallacanestro zozza e ringhiosa e la faccia scanzonata e spaccona di White Chocolate incollata alla più sublime poesia in movimento.

E Melo… il suo uso dei piedi, il suo tiro in testa al mondo intero, il giro e tiro automatico che non ha bisogno di occhi. Era un basket dai 5 metri, quella terra di mezzo tra il mio primo amore e la NBA di oggi, in cui il senso del canestro era tutto, e pochi ne avevano quanto lui. Fisicità tanta, meno enfasi sull’atletismo e tanto senso del canestro: meno poesia, forse, più prosa, ma la medesima lirica di oggi. Forse anche di più, o forse è solo il manto nostalgico dei ricordi, non so.

Salomonicamente, era un altro basket. E Melo ne era il profeta.

Non mi ha mai fatto impazzire il gioco di Carmelo Anthony, tutto incentrato su sé stesso e sull’esaltazione di sé, accentratore come ne ricordo pochi altri in quello che io ho sempre amato, invece, in quanto sport di squadra, tanto più esaltante quanto più armoniosi i movimenti delle cinque note sul campo. E ai miei Nets, per di più vestendo la casacca blu e arancio, Melo ha sempre fatto tanto male. Ma per me e per i malati cronici come me, Melo è trasfigurato dall’aura dell’icona, e le icone non puoi contestarle, non puoi “odiarle”. Da discepolo di Naismith, puoi solo onorarle.

Senza contare che, come persona, grattando sotto la scorza della star piuttosto introversa ed arcigna, vale forse anche più che come giocatore. Voglio citare alcuni passi del libro di Idan Ravin, “A canestro”, dal capitolo nel quale il preparatore tecnico-atletico, tra i più richiesti dalle star NBA, parla del suo rapporto con Anthony. “Uno come Melo nasce una volta ogni generazione”…e poi prosegue raccontando l’uomo schivo e pronto a valorizzare anche le piccole cose nel prossimo, l’omone supertatuato che si reca all’allenamento con il passeggino del figlio e lo interrompe quando lo sente piangere, contraltare del bad guy che prende a pugni in campo Mardy Collins o insegue dopo la partita un trash talker rinomato come KG. Per poi chiudere con un aneddoto: un SMS di poche parole, come lui è, inviatogli da Melo immediatamente dopo aver conseguito il titolo di miglior marcatore della Lega: “tu ed io ce l’abbiamo fatta”!

Questo è Carmelo Anthony. Lo stesso che, dopo una sfolgorante carriera da superstar mai coronata da adeguati successi, dopo l’esperienza negativa di Oklahoma, ha sperimentato, per una volta, anche l’umiltà di accettare un contrattino a Houston e di rimettersi in gioco fino in fondo. Proprio con la squadra per la quale, per antonomasia, il gioco dai 5 metri, praticamente, è tabù…

Veniamo al presente. Melo non mette su la canotta rossa dall’otto novembre, in occasione della disfatta di Oklahoma City, in cui era stato parte integrante del disastro. Poi, desaparecido.

Come se non bastassero le illazioni sulla “malattia” che lo ha tenuto fuori nelle ultime gare (diplomatica, secondo dietrologi e beninformati), ecco ESPN dare già per scontato che Anthony abbia sparato le sue ultime cartucce a Houston e che questo sia il pensiero diffuso nello spogliatoio dei Rockets. Dirigenza e star, secondo Wojnarowski, si sarebbero incontrati cercando un accordo, mai trovato, sul ruolo più giusto per Anthony nei Rockets di quest’anno e gli agenti del giocatore starebbero già sondando il mercato a 360°. Né sembra essere servita a molto l’intervista rilasciata dal GM Morey per gettare acqua sul fuoco, affermando che le voci che circolano sul conto di Melo sarebbero non veritiere e ingiuste: i più ritengono che si tratti solo di un doveroso ed elegante benservito, quantomeno per omaggiare la grandezza del personaggio e la disponibilità dimostrata firmando al minimo e accettando, per la prima volta, anche di uscire dalla panchina. Ma, a ben vedere, effettivamente, nel sistema-D’Antoni, con tutti i problemi scoperchiati in questo durissimo avvio di stagione, Melo sembra entrarci come un cavolo a merenda, confermando dubbi che da più parti erano stati sollevati fin da inizio stagione: la difficoltà di integrare l’icona più anacronistica in circolazione con il gioco più avveniristico della Lega.

Ed ora? C’è chi parla anche di ritiro…ci sta. Ma permettete, da parte di chi il Melo giocatore non lo ha mai amato, ma da discepolo ortodosso di James Naismith, di formulare un auspicio, una supplica agli dei del basket: che Carmelo Anthony trovi l’ultimo alloggio presso una squadra. E, mentre Wade e James twittano per difendere a spada tratta l’amico, il compagno del club degli élite players della decade passata, subito innescando un turbinio di rumors su ipotetici ricongiungimenti, io penso ai Jazz o ai Kings, come sistemi di gioco forse a lui più idonei.

Ma una squadra, una qualsiasi, che sappia valorizzare le sue immense doti e permettergli di chiudere da eroe, da icona. L’ultima icona di un basket che non c’è più.

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#NBA 2018-19: la presentazione di Detroit contro Charlotte su #SkySport http://all-around.net/2018/11/11/nba-2018-19-la-presentazione-di-detroit-contro-charlotte-su-skysport/ Sun, 11 Nov 2018 17:28:11 +0000 http://all-around.net/?p=166350 NBA SUNDAYS: TRA HORNETS E PISTONS È SFIDA PER UN POSTO NELL’ELITE DELLA EASTERN CONFERENCE

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– Domenica 11 novembre in diretta dalle 21.30 su Sky Sport NBA –

Il video di presentazione: sundays_week4_cet_hd_1080

L’appuntamento di questa settimana con le NBA Sundays, le partite domenicali della NBA in prima serata per l’Europa, vede i Detroit Pistons ospitare gli Charlotte Hornets alla Little Caesars Arena, con diretta domenica 11 novembre a partire dalle 21.30 su Sky Sport NBA.  

  • Detroit Pistons: Il detentore dell’NBA Coach of the Year Dwane Casey è passato a Detroit dopo aver guidato i Raptors ai playoff nelle ultime cinque stagioni – la miglior striscia di sempre nella storia della franchigia. I Pistons hanno cominciato molto bene, vincendo le loro prime quattro partite prima di perdere le successive quattro dal 4 Novembre. Il destino della squadra è fortemente legato al gioco di Blake Griffin e Andre Drummond. Griffin, che è stato acquisito dai Pistons il 29 gennaio 2018, è uno dei migliori talenti della lega quando in salute. Nella terza partita della sua stagione, il cinque volte All-Star ha messo a referto 50 punti, suo career-high, nella vittoria contro i 76ers. Drummond, All-Star in due delle ultime tre stagione, ha registrato tre partite con almeno 20 punti e 20 rimbalzi. Reggie Jackson ha resistito a due stagioni sfortunate a causa di infortuni, tenendo una media di 18,8 punti nel 2015-16, massimo in carriera. Quando sta bene, Jackson dà alla squadra un buon apporto offensivo alla squadra dal backcourt. Questa è inoltre una stagione importante per Stanley Johnson (ottava scelta al Draft 2015), abile difensore che sta lavorando per migliorare anche offensivamente. Il rookie Bruce Brown ha guadagnato spazio, conquistando due partenze in quintetto e offrendo minuti di qualità nello spot di ala.
  • Charlotte Hornets: Gli Hornets hanno un nuovo coach, James Borrego, il secondo latino-americano nominato capo allenatore full-time in NBA. Ha ereditato un roster con diversi giocatori reduci dalla squadra che ha vinto 48 partite nella stagione 2015-16. Tutto ruota attorno al due volte All-Star Kemba Walker, che continua a migliore ogni stagione. Walker ha cominciato molto bene, tenendo una media di 28 punti dal 4 novembre. Walker è stato affiancato nel backcourt da Tony Paker, che ha firmato con Charlotte dopo 17 stagione e quattro titoli con gli Spurs. Parker, che conosce molto bene Borrego dopo i quattro anni passati insieme a San Antonio, ha raggiunto i playoff in tutte le sue 17 stagioni NBA. Soltanto quattro giocatori hanno un numero più di qualificazioni ai playoff: Karl Malone (19), John Stockton (19), Kareem Abdul-Jabbar (18) e Tim Duncan (18). Parker ha firmato con gli Hornets anche per via del suo caro amico e compagno in nazionale Nicolas Batum. Charlotte conta sulla guardia al secondo anno Malik Monk, chiamato ad una grande stagione. Monk è un giocatore offensivamente dinamico, capace di segnare punti nel pitturato molto velocemente. Gli Hornets credono molto anche sul rookie Mile Bridges, dodicesima scelta al Draft 2018.
  • Team Leaders dei Pistons: Blake Griffin (28.6 ppg); Andre Drummond (15.4 rpg); Blake Griffin (4.5 apg)
  • Team Leaders degli Hornets: Kemba Walker (28.0 ppg); Nicolas Batum (6.5 rpg); Kemba Walker (5.8 apg)
  • I precedenti: Questo è il primo match tra queste due squadre in questa stagione. Nella passata, i precedenti sono a favore degli Hornets per 2-1.
  • Chiavi del match:I Pistons chiamano molti schemi per Blake Griffin, che guida attualmente la squadra sia nei punti che negli assist. Griffin ha sviluppato un’eccellente chimica con Andre Drummond, che è quasi in cima alle classifiche NBA per rimbalzi e doppie-doppie. Gli Hornets danno molto la palla in mano a Kemba Walker, lasciandogli ampia libertà. Walker ha aggiunto un notevole tiro da tre punti al suo arsenale, tirando con oltre il 40% dalla distanza per la prima volta in carriera. Charlotte sta ancora cercando un secondo scorer consistente. La guardia al secondo anno Malik Monk è un giocatore offensivo istintivo, secondo in squadre per punti segnati.
  • Curiosità: Reggie Jackson di Detroit e Jeremy Lamb di Charlotte sono stati compagni negli Oklahoma City Thunder dal 2012 al 2014. Lamb e Andre Drummond dei Pistons sono stati compagni per una stagione a Connecticu (2011-12). Frank Kaminsky degli Hornets e Jon Leuer dei Pistons hanno giocato insieme al college a Wisconsin. Ish Smith dei Pistons ha giocato per dieci squadre in nove stagione da quando non è stato scelto al Draft in uscita da Wake Forest nel 2010.

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NBA 2018-19: perché Butler a Philadelphia fa bene a tutti, soprattutto a Minnesota… http://all-around.net/2018/11/11/nba-2018-19-perche-butler-a-philadelphia-fa-bene-a-tutti-soprattutto-a-minnesota/ Sun, 11 Nov 2018 17:11:33 +0000 http://all-around.net/?p=166346 Il punto sullo scambio tra i 76ers ed i Timberwolves

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Tra le tante telenovele viste durante la off-season, l’ultima in ordine cronologico, la più lunga e stucchevole, aveva come protagonista una prima donna mica da niente! Jimmy Butler non l’aveva mandata a dire ed aveva ufficializzato pubblicamente ciò che si sapeva già da tempo: che i rapporti con franchigia, coach e, soprattutto, spogliatoio erano pessimi e che non vedeva l’ora di andar via, per denaro (Clipper, Knicks e Nets gli andavano benissimo, perché tra le più dotate di spazio salariale, in vista del prossimo contratto) e per altro. Qualche resistenza da parte di coach Thib, ma la società si è messa subito al lavoro per accontentarlo, alla ricerca della miglior contropartita possibile per quella che si è rivelata una delle trade meno riuscite del recente passato. Finalmente (Shams Charania) l’ultima puntata è andata in onda nella giornata di ieri ed il finale è di quelli fiabeschi in cui tutti ne escono felici: Butler fa i bagagli e vola a Philadelphia (insieme a Patton) in cambio di Covington, Saric, Bayless e una futura seconda scelta.

Jimmy, dal canto suo, ha fatto tutto ciò che ha voluto e potuto per rendersi indigesto agli ormai ex-compagni, compresa un’apparizione sul parquet in corso di training camp, condita da partitella e trash talking, salvo poi ricomporsi in fretta e furia e tornare a disposizione. Ma era chiaro che non avrebbe potuto durare. Il rendimento della squadra è quello che è, Butler segna come sa fare, ma non aggiunge letteralmente nulla a quanto costruito dai compagni, in testa un risorto Derrick Rose. Una squadra con questo Rose in campo, affiancato da due talenti come Wiggins e Towns (cui pare essersi bloccata la crescita da quando giocano con Butler), non può tankare, né imbarcare il penultimo record della Western. Soprattutto, una squadra allenata da Thibodeau e con un difensore d’elite come Butler non può figurare in coda a tutte le stats difensive. Tutte! E nell’altra metà campo va meglio solo a sprazzi, se è vero che il prodotto, non certo tra i peggiori per talento complessivo, ha inanellato 5 scoppole consecutive… In buona sostanza, Butler ha aggiunto ben poco in tutte le fasi del gioco, a dispetto di una qualità individuale che lo colloca, a nostro parere, tra i primi 10 o 15 giocatori al mondo.

Phila attendeva sorniona, bisognosa di svoltare la stagione dopo un avvio appena sufficiente e di rilanciare la propria candidatura ai vertici della Eastern. I Sixers hanno tutto per vincere e sanno giocare di squadra, pur avendo un accentratore formidabile come Embiid a capitanare la truppa. La scommessa Fultz ha faticato ad ingranare le marce alte (qualcosa inizia a vedersi solo adesso), mentre l’assistenza ad Embiid nel frontocurt stenta ad arrivare: è l’onnipresente Simmons il più efficace in area. Nel complesso tantissimi ottimi giocatori e campioni…monodimensionali, ruoli molto, forse troppo definiti per il basket moderno, eccezion fatta per una forza della natura come Ben Simmons, ma nessun top two-way-player che renda più elastica, fluida e meno prevedibile la manovra.

E adesso? Nella città dell’amore si accorciano le rotazioni, si rinuncia a due titolari che, bene (Covington) o male (il Saric di quest’anno), avevano il cruciale compito di aprire il campo a due dominatori dell’area come Simmons ed Embiid. Il tutto per fare spazio a chi dovrebbe alzare di una spanna la resa su ambo i lati del campo. In parole povere, qualcuno dovrà fare il salto di qualità decisivo (Fultz?) per non risultare troppo corti e occorrerà trovare un 4 affidabile, laddove Saric, con tutti i limiti di questo inizio stagione, era padrone del ruolo.

A Minny, invece, arrivano tre tiratori (mettiamoci anche il deludente Bayless) e non è scritto da nessuna parte che questa non possa rivelarsi la giusta mossa per rilanciarsi, soprattutto alzando il tasso di imprevedibilità offensiva e migliorando la spaziatura del campo. I Timberwolves non lotteranno per il titolo, ma non lo avrebbero fatto comunque e, tra qualche mese, avrebbero comunque perso JB, forse in cambio di nulla, questa è la verità. Chissà che, con un gioco più frizzante e vario e senza la tristezza dello spogliatoio, non torni il sorriso tra i lupi e la voglia di crescere ai suoi cuccioli di campioni…

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NBA 2018-19: la nuova rubrica #AllAroundnet: “Inside-Out NBA” http://all-around.net/2018/11/10/nba-2018-19-la-nuova-rubrica-allaroundnet-inside-out-nba/ Sat, 10 Nov 2018 11:29:14 +0000 http://all-around.net/?p=166254 Dopo 3 settimane ecco cosa è accaduto in NBA

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Tempo di primissimi bilanci nella Lega più bella del mondo dopo venti giorni di regular season. Quasi tutte le squadre hanno messo insieme almeno una decina di partite e cominciamo a farci una mezza idea sulle loro caratteristiche e su ciò che di più interessante c’è da vedere nelle notti insonni del tipico malato di basket americano.

Ripartiamo dagli spunti proposti in avvio di stagione, perché alcune delle realtà da noi indicate tra quelle da seguire hanno dato conferma delle aspettative di All-Around.net alla prova del campo: Toronto Raptors e Denver Nuggets, in particolare, stanno giocando tra i migliori basket in assoluto, trovando conforto nei risultati.

I canadesi (record 11-1) hanno assorbito senza patemi la partenza della star di casa DeRozan (che benissimo sta facendo in quel di San Antonio, anche questo sembra un pronostico azzeccato) e le idee del nuovo coach, il rookie Nick Nurse, che sta ulteriormente valorizzando quella che lo scorso anno era la miglior second unit in circolazione, ha dirottato Valanciunas in panchina, da cui sta uscendo forte (13,4+7,4), e sta straripando su tutti i fronti, in attacco (quinti per Offensive Rating 114.2) come in difesa (ottavi per Defensive Rating 105.6), irrobustiti anche da un all-around player come Leonard, finora più che a suo agio (plus/minus di +9.9). Lowry finora è, per distacco, il leader assoluto per assist (11,3 ad allacciata di scarpe!), Ibaka (17,7 pts +7,9 reb) sembra tornato ai suoi fasti e c’è da porsi qualche domanda solo sulla tenuta della squadra, storicamente abbonata a grandi regular season per poi sfaldarsi quando conta.

In Colorado (9-3) si stropicciano gli occhi per i miracoli di Malone. Se anche e soprattutto qui, stante il superiore livello della contesa nella Western Conference, i punti interrogativi gravitano tutti intorno alla tenuta della squadra, pure occorre dire che il gioco visto in campo non lascia adito a dubbi sulla qualità di quello che Jokic (16+10+7) e soci stanno costruendo, con Murray ed Harris che sembrano definitivamente esplosi ed il gioco che fluisce negli spazi creati da cinque uomini schierati sul perimetro (un vento che soffia fortissimo in NBA!) e tutti capaci di costruire per sé e per gli altri. Sorprende molto di più la tenuta difensiva delle pepite, tallone d’Achille fino al pur positivo anno passato, ed ora rivoltata come un calzino (secondi per DEFRTG con 101,6 punti concessi ogni 100 possessi), pur se ancora da consolidare, soprattutto nelle chiusure. Non a caso, stiamo parlando della prima squadra in grado di sconfiggere Golden State

Mentre l’unica sconfitta, prima della debacle di Memphis (ci torneremo), i Nuggets l’hanno patita ad opera dei nuovi Lakers (5-6) di sua maestà LeBron, che, va detto, possono vantare ben poco altro alla voce “acuti”, in questa ancor giovane stagione, impelagati nella crescita dei giovani virgulti (Ingram e Kuzma paiono i soli alfieri affidabili, finora) e nel cercare la quadratura del gioco intorno al Prescelto, il cui uso in campo era differente (USG% “appena” del 29,4%) nelle intenzioni, salvo poi affidare palla a lui, come volevasi dimostrare, ad ogni momento difficile. La resa di LBJ, tuttavia, è ancora decisamente inferiore (3P% 29,5, TO% 28,6) che nel passato vissuto con altre canotte sulle spalle. Ovvio che a Los Angeles si aspettino, se non il titolo in carrozza, sicuramente molto, molto di più di quanto visto finora e che a Luke Walton qualcuno inizi già a far sentire il fiato sul collo: Magic, dopo il tracollo interno con i Raptors (e prima del recente riscatto contro i T-Wolves del rinato Derrick Rose, la più bella storia raccontataci dal meraviglioso libro delle fiabe NBA), ha fatto pubblicamente sapere che il coach non è a rischio, ma…, a meno che… Le postille dopo la virgola sono come cerini accesi sotto la poltrona di Walton allo Staples, se è vero che, dopo essere saltata la panchina dell’ex coach di LBJ (a Cleveland davvero manca ancora una mezza idea di squadra: le potenzialità tecniche per tirarsi fuori dalla palude ci sarebbero anche, si tratta di vedere se c’è la volontà di farlo…), quella del suo coach attuale sembra la più calda del momento.

Passando da un campione all’altro, se le squadre (passate e presente) di LeBron non stanno brillando (anche a Miami partenza piuttosto anonima), quelle di Harden non hanno certo avuto vita facile, in avvio, anzi: Houston (4-6), candidata d’obbligo al ruolo di contender, si è proprio ingolfata in partenza, in crisi offensiva (ma proprio il Barba ha fatto registrare diverse assenze) e difensiva (lo ricordiamo, il guru della difesa dai cambi ossessivi, Jeff Bzdelik, ha salutato pochi mesi or sono) e sta risalendo faticosamente la china, non essendo facile trovare un valido sostituto ad un collante come Ariza…

Oklahoma (7-4), invece, merita un discorso a parte: inizio da incubo, poi la rapida ascesa, con Donovan che pare aver trovato un discreto filone aurifero intorno a RW e PG, grazie alla vocazione difensiva di Ferguson (e nonostante la perdita di un certo Roberson) ed alle doti da all-around di Jerami Grant (11+5), che si sta dimostrando giocatore completo. L’aggressività (primi per TO avversari), la spettacolare transizione e gli equilibri offensivi sembravano aver garantito il deciso cambio di marcia, ma poi, quando tutto pareva in discesa, ecco l’infortunio alla caviglia proprio a Westbrook: il peggio sembra scongiurato, ma sicuramente per qualche settimana le spalle di Schroder dovranno allargarsi parecchio e non sarà facile, benché il tedesco ci stia provando (16,5+5).

I Bucks (9-2) ai vertici della Eastern non sono certo una sorpresa in senso stretto, ma il loro ultimo trionfo, a mani basse nientemeno che all’Oracle Arena, li ha improvvisamente gettati sotto i riflettori. A seguirli regolarmente, invece, davvero nessuno stupore, nulla di nuovo: continuità di rendimento e qualità di gioco vanno senz’altro ascritti a coach Budenholzer ed alle sue idee chiare, se la squadra ha saputo subito incastrarsi bene con lo straordinario talento di Antetokounmpo e la filosofia del nuovo allenatore: tutti sul perimetro intorno a Giannis, pioggia di triple aperte e gran difesa, in perfetto stile-Atlanta (a proposito, niente male i ragazzini georgiani…).

Infine le sorprese, in positivo ed in negativo, di questo scorcio di stagione: i Kings (7-5), dati per squadra-pattumiera della Lega, capaci solo di fagocitare salary dump, stanno invece stupendo per freschezza e rendimento, complice la tanto attesa esplosione di Fox (recente autore della prima tripla doppia) e Hield e, adesso, pronti a mettere a frutto anche il rientro di Bogdan Bogdanovic… Nulla per cui strapparsi i capelli, ma neppure da scommettere sulla natura paglierina del loro fuoco.

I Grizzlies (6-4), invece, stanno davvero frantumando i limiti delle più rosee aspettative: balzati agli onori della cronaca grazie alla recente vittoria a scapito proprio dei Nuggets, sembrano aver coronato la rincorsa ad una squadra giovane e sensata intorno all’asse Conley-Gasol,  in virtù di una difesa coriacea (secondi per STL – 10.2), del buon impatto dei rookies e capaci di dare del filo da torcere a chiunque. Curioso e significativo che queste inattese realtà si stiano facendo largo nella Conference più dura…

La metà oscura del cielo la riserviamo, invece, a due realtà attese a luci decisamente più da ribalta: ai Jazz (6-6), forzando un po’ la realtà, in virtù di un record mediocre ma certo non allarmante; il punto è che, per una squadra così definita nell’identità, così tradizionalmente solida nella propria metà campo e nata sotto il segno della continuità, era davvero difficile prevedere un esordio stagionale tanto stentato ed una tenuta difensiva così scadente. Attenuante non di poco rilievo: la recente assenza di Donovan Mitchell. Squadra e coach sono lì, validi e scalpitanti, in attesa del riscatto. anche se forse da questa notte, vittoria in casa contro i Celtics (123-115), ci si aspetta la svolta.

Difficile dire altrettanto, invece, per i Wizards (2-9), davvero in una posizione difficile, in questo momento, forse la più difficile della Lega: la squadra sembra allo sbando e senza un senso compiuto. Attacca in modo spesso prevedibile, tira malissimo da fuori e, quel che è peggio, è la penultima franchigia a rimbalzo (39.4 REB%), nonostante Howard (12,5+8) sia forse il meno negativo della squadra, finora.

Troppo forte e farcita di star per pensare a cuor leggero ad un tanking propedeutico alla ricostruzione, ma anche, ad occhio e croce, troppo sconclusionata per potersi aspettare una rapida risalita della china, perfino in una Conference un po’ così, come quella orientale.

I Grammy di All-Around. Dopo circa un ottavo di stagione, non ha molto senso assegnare le palme dei migliori, siamo d’accordo, per cui prendetele come opinioni e neppure originalissime. Ma sono le nostre…

MVP: Antetokounmpo. Il nuovo gioco, come detto, lo sta lanciando verso l’Olimpo, non c’è dubbio, il campo aperto sta esaltando quella che già era a pieno titolo una forza della natura (25,6+12,9+5,7). Lasciamo stare le altre stats: tira da 3 punti poco e non benissimo, ma non è la sua specialità, non ancora e, con la squadra costruitagli intorno, davvero poco male, anzi…La storia di questa Lega insegna che raramente si vince con una one-man-band!

 

MIP: LeVert. I numeri non saranno ancora da urlo, ma la crescita è lampante, nelle cifre (20,5+4,6+3,9) ma, soprattutto, nel linguaggio del corpo, nella consistence, nella leadership silenziosa, nella sicurezza e nell’abilità, propria dei migliori, di far sembrare facili anche cose quasi impossibili. Occorre un paragone con la già positiva, passata stagione? Basti dire che ha già superato il numero di partite, con 20 o più punti all’attivo, messo insieme in tutta la stagione precedente. A Brooklyn si è fiutato giusto ed ora ci si comincia a fregare le mani…

ROY: Doncic (20,2+6,5+4,). Leggasi quanto scritto per LeVert, pari pari. Le cifre appena riportate parlerebbero già da sé, ma in realtà non dicono alcunché su quello che il ragazzino sloveno sta mostrando sul campo. Schierato per lo più at the point, con Smith Jr (non un sophomore qualsiasi, eh!) in posizione 2, sta salomonicamente mostrando a tutto il mondo di poter fare in NBA tutto ciò che ha già fatto anche da questa parte dell’Atlantico. Futuro da All Star pressoché in tasca e tanti, tanti margini di miglioramento che Carlisle avrà la invidiabile responsabilità di mettere a frutto (ancora 4,2 palle perse a partita…). Invidiabile, il futuro a Dallas…

Tre settimane di puro divertimento, ma il meglio, tra conferme e smentite, alla nostra prossima edizione! Stay tuned…

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NBA 2018-19: la programmazione di #SkySport dal 10 al 18 Novembre http://all-around.net/2018/11/10/nba-2018-19-la-programmazione-di-skysport-dal-10-al-18-novembre/ Sat, 10 Nov 2018 09:41:22 +0000 http://all-around.net/?p=166247 “SI VOLA TRA LE STELLE DEL BASKET NBA” - II grande basket americano è solo sul canale dedicato "SKY SPORT NBA" DAL 10 AL 17 NOVEMBRE 2018 - 12 MATCH IN ONDA, TUTTI IN DIRETTA ESCLUSIVA.

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Due incontri anche in prima serata, con il commento in italiano:

LOS ANGELES CLIPPERS-MILWAUKEE BUCKS

sabato 10 novembre, ore 21.30, Sky Sport NBA

e

DETROIT PISTONS-CHARLOTTE HORNETS

domenica 11 novembre, ore 21.30, Sky Sport NBA

#SkyNBA

 

Roma, 10 novembre 2018. Anche quest’anno il grande basket americano NBA è di casa solo su Sky, con la possibilità di ammirare ancor più da vicino tutti i campioni, grazie al canale dedicato Sky Sport NBA(canale 206).

Tra il 10 e il 17 novembre saranno 12 le partite del campionato professionistico statunitense da seguire live, undici su Sky Sport NBA e una su Sky Sport Uno.

Due i match in onda in prima serata su Sky Sport NBA: sabato 10 novembre Los Angeles Clippers-Milwaukee Bucks, domenica Detroit Pistons-Charlotte Hornets, entrambe alle ore 21.30, con il commento live in italiano.

Aggiornamenti continui anche su Sky Sport 24, sulla App Sky Sport e sul sito ufficiale NBA, in esclusiva in Italia su skysport.it, anche in versione mobile.

Senza dimenticare gli account social Sky Sport NBA completamente dedicati al basket americano, Facebook, Twitter e Instragram (#SkyNBA).

Di seguito, la programmazione NBA in diretta esclusiva su Sky Sport

Sabato 10 novembre

Ore 21.30          Los Angeles Clippers-Milwaukee Bucks                                         Sky Sport NBA

                               commento live Flavio Tranquillo e Davide Pessina

                               (differita domenica 11 novembre ore 11, ore 14 e ore 19 Sky Sport NBA)

Notte sabato 10-domenica 11 novembre

Ore 3                   Dallas Mavericks-Oklahoma City Thunder                                   Sky Sport NBA

                               commento live originale

(differita domenica ore 17 Sky Sport NBA; commento originale)

Domenica 11 novembre

Ore 21.30          Detroit Pistons-Charlotte Hornets                                                  Sky Sport NBA

                               commento live Francesco Bonfardeci e Matteo Soragna)

(differita lunedì 12 novembre ore 14, ore 17 e ore 22 Sky Sport NBA)

 

Notte domenica 11-lunedì 12 novembre

Ore 2                   Denver Nuggets-Milwaukee Bucks                                                   Sky Sport NBA

                               commento live originale

(differita lunedì ore 11 Sky Sport NBA; commento originale)

 

Notte lunedì 12-martedì 13 novembre

Ore 2                   Memphis Grizzlies-Utah Jazz                                                               Sky Sport NBA

                               commento live originale

(differita martedì ore 11 Sky Sport NBA; commento originale)

Ore 4.30            Los Angeles Clippers-Golden State Warriors                              Sky Sport NBA

                               commento live originale

                               (differita martedì ore 11, ore 17, ore 20 e ore 23 Sky Sport MBA; commento Flavio

Tranquillo e Matteo Soragna)

 

Notte martedì 13-mercoledì 14 novembre

Ore 3                   Denver Nuggets-Houston Rockets                                                  Sky Sport Uno

                               commento live originale

                               (differita mercoledì ore 14, ore 19 e ore 22; commento Alessandro Mamoli e

Davide Pessina)

Ore 4.30            Golden State Warriors-Atlanta Hawks                                          Sky Sport NBA

                               commento live originale

(differita mercoledì ore 11 e ore 17 Sky Sport NBA; commento originale)

 

Notte mercoledì 14-giovedì 15 novembre

Ore 1                    Washington Wizards-Cleveland Cavaliers                                    Sky Sport NBA

                              commento live originale

(differita giovedì ore 11 Sky Sport NBA; commento originale)

Ore 4.30            Portland Trail Blazers -Los Angeles Lakers                                   Sky Sport NBA

                               commento live originale

                               (differita giovedì ore 14, ore 18 e ore 21 Sky Sport NBA; commento Flavio Tranquillo

e Matteo Soragna)

 

Notte giovedì 15-venedì 16 novembre

Ore 2                   Houston Rockets-Golden State Warriors                                     Sky Sport NBA

                               commento live originale

(differita venerdì ore 14.30, ore 19 e ore 22 Sky Sport NBA; commento Francesco

Bonfardeci e Davide Pessina)

 

Notte venerdì 16-sabato 17 novembre

Ore 1                    Boston Celtics-Toronto Raptors                                                       Sky Sport NBA

                               commento live originale

                               (differita sabato ore 14, ore e ore 22 Sky Sport NBA; commento Flavio Tranquillo e

Matteo Soragna)

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NBA 2018-19: Still awake? Nets, ottobre ’18 nel segno di LeVert…e delle emozioni forti http://all-around.net/2018/11/08/nba-2018-19-still-awake-nets-ottobre-nel-segno-di-leverte-delle-emozioni-forti/ Thu, 08 Nov 2018 08:51:14 +0000 http://www.all-around.net/?p=166130 Marco Calvarese ci riassume cosa è successo nel mese di Ottobre ai Brooklyn Nets

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Pronti? Via! Che l’esordio stagionale sarebbe stato difficile era scontato, visto il calendario, ma che cinque gare sulle otto in programma fossero destinate a restare in bilico fino agli ultimi istanti, regalandoci dosi di adrenalina tali da scatenare la tachicardia ad un mammut, questo no, non era previsto. Nottate insonni e pluslavoro per le coronarie a parte, i risultati sono in linea con le aspettative; non altrettanto dicasi per il modo in cui sono maturati. Varrà la pena di fare un excursus sull’andamento delle partite, sulle novità tecniche e sul rendimento di alcuni giocatori, per avere un quadro più definito della situazione a Brooklyn, davvero un universo magmatico tra i più affascinanti ed imprevedibili della galassia NBA.

La cronaca. Come accaduto in preseason (bilancio 2-2), anche in stagione (record ottobrino 3-5, 3-6 al momento in cui scriviamo) risultati e prestazioni in altalena per i Nets. Competitivi, pronti alla battaglia, con più colpi in canna quando occorre, i ragazzi di Atkinson hanno mostrato sul campo la voglia di vincere sempre (o quasi), ma anche palesato difetti vecchi e nuovi. Le attenuanti non mancano: molti uomini nuovi a roster, ma soprattutto (ancora!) un mare di infortuni: Rondae Hollis-Jefferson prima alle prese con gli strascichi del trauma occorso in exibition game l’estate scorsa, poi anche con le gioie della paternità (auguroni!), DeMarre Carroll con un piccolo intervento di pulizia alla caviglia destra (in odore di rientro, ma senza alcun timetable pubblico), Napier e Crabbe, che hanno saltato le prime gare stagionali e ancora lontani (soprattutto il secondo) dalla forma ideale, Graham che, al contrario, dopo essersi ritagliato uno spazio come prezioso giocatore di sistema, si è stirato e sarà fuori ancora per un pò, per finire con Kurucs, faccia tosta, mano morbida e rivelazione di inizio stagione, fuori alcune partite per effetto di un trama distorsivo alla caviglia e poi finito a sbrinare a Long Island. Oltre al two-way contract Alan Williams, ancora costretto a rinviare l’esordio in white&black (ma autore, nel frattempo, di un esordio travolgente in G-League: 27 punti e 21 rimbalzi, di cui 8 offensivi!).

Spentasi l’eco della vicenda-Butler, tornato a Canossa-Minneapolis con più miti consigli (per ora), anche i Nets sono tornati con i piedi per terra, non deflettendo mai dalla strategia, esercitando l’opzione anche per il prossimo anno sui rookie contracts di Levert e Allen (sarebbe mancato altro!), e aprendo la regular season con gerarchie e starting five già discretamente definiti, in parte condizionati dalle assenze: coppia di esterni incarnata da Russell e LeVert (promosso titolare), Harris in SF stante la perdurante indisponibilità di Carroll, Dudley in PF, preferito in partenza a Rondae anche dopo il rientro di questo, Allen al centro, con Davis di rincalzo. Lo stesso Davis, Dinwiddie, Graham e Kurucs prima, Napier, RHJ e Crabbe, poi, le armi segrete pronte ad essere sfoderate dalla panchina.

La stagione è stata aperta dalla sfida con i Pistons, vinta da Detroit (103-100) nonostante una partenza quasi perfetta dei Nets e di Jarrett Allen (15 nel solo primo tempo), grazie al solito tracollo bianconero nel terzo quarto e rintuzzando il rientro ospite, nei secondi finali, complici le solite palle perse. Levert, protagonista di una di queste, mette, però, a segno un career high (27) che sarà addirittura capace di migliorare nel derby del Barclays (28), condendo il tutto con il buzzer della vittoria (107-105) in penetrazione: un’immagine indelebile nella testa e nel cuore dei tifosi. Pistons e New York Knicks sono le uniche avversarie già affrontate due volte (senza contare anche le amichevoli pre-stagionali); l’esito dei secondi confronti sarà decisamente differente: disfatta al MSG (115-96), in quella che risulterà, finora, la prova più abulica e sconfortante del mese, distrutti a rimbalzo, sotto il ferro e nelle conclusioni dalla media-lunga per mano di un basket semplice semplice… Il riscatto al Barclays proprio contro Griffin e soci (120-119), nell’unico overtime del mese, coronando, per una volta, una rimonta che Dinwiddie (25), autore di una gara da urlo, ha prima materializzato, conquistando l’extratime, poi suggellato con la splendida tripla del definitivo sorpasso.

In mezzo, rendimento in altalena, con la passeggiata in quel di Cleveland (86-102), contro un bocciolo di squadra che ha atteso l’esonero di Lue per accennare a schiudersi, il suicidio a New Orleans (117-115), dove una prestazione spettacolare ed una vittoria già in tasca sono finite alle ortiche in pochi secondi, giusto il tempo di un no-look senza senso di Russell ed un tecnico a gioco fermo di Davis. Infine, le sconfitte annunciate: sul parquet dei Pacers (squadra storicamente indigesta ed obiettivamente ancora fuori portata: 132-112) ed al Barclays contro i Warriors campioni (114-120), al termine, tuttavia, di una prova bellissima, orgogliosa ed impreziosita da bel gioco e scelte tattiche intelligenti, tali da far stropicciare gli occhi anche al mitico duo Tranquillo-Pessina, in diretta, su Sky.

Cinque gare decise solo nel finale, due delle quali vinte, e qualcosa di più si poteva portare a casa anche nelle altre occasioni, con merito. Un consuntivo che non farà gridare nessuno al miracolo o alla rivelazione, ma solido e confacente alle potenzialità dei Nets: giusto quello che Marks chiede alla sua truppa, in vista dei futuri obiettivi di mercato. In tal senso, novembre avrà il potere di consolidare nei bianconeri la fiducia nei propri mezzi, oppure quello di deprimere di nuovo l’ambiente.

Corsi e ricorsi. In attesa di leggere il prossimo capitolo, il leit motiv del mese, almeno come flusso di punteggio nelle gare succitate, sembra essere abbastanza ossessivo: partenza lanciata, talora straripante, adeguamento degli avversari nel secondo quarto e tracollo nel terzo. Infine, più o meno in tempo per riaprire la gara, le contromisure di Atkinson ed il recupero, le fiammate in grado di tenere il muso avanti o di riaprire la contesa, ed i finali entusiasmanti o sconfortanti, sempre con protagonisti diversi. In questo, ma solo in questo, il canovaccio sembra ricalcare in ciclostile quello, disgraziato, della scorsa stagione e pare un filo rosso destinato a tenere insieme i destini delle squadre di Atkinson. Sul fronte del gioco, invece, ci sono novità significative e scelte coraggiose che meritano di essere analizzate e corroborate con le giuste dosi di statistiche.
Il gioco. Dopo aver dovuto stravolgere non poco la vocazione al pace & space, lo scorso anno, adattandosi alle assenze (Lin e, per metà stagione, Russell) ed alle caratteristiche del sostituto (Dinwiddie), quest’anno Atkinson è tornato alle origini. Doppio play nel tentativo di implementare la circolazione di palla e spaziature caratterizzate da cinque uomini schierati sul perimetro, con Allen molto alto a portare il blocco dopo aver ricevuto ed eseguito il consegnato, per rollare ed eseguire di nuovo il blocco lontano dalla palla.

La strategia è mettere quanti più uomini in condizione di attuare le tre minacce ed avere libertà di scelta tra diverse opzioni di gioco: riprendere la circolazione, attaccare il ferro, riaprire o tirare.
La tattica è creare il vantaggio al palleggiatore e favorire la smarcatura del tiratore per la conclusione aperta o generare il corridoio per la penetrazione del portatore fino al ferro, rispettivamente grazie al genio di Russell (5,2 apg, 28 A%, 40% 3P), ed alla crescita esponenziale di Levert (18,9+4,6+4,8). L’uso dei blocchi, di molto perfezionato rispetto alla disfunzionalità della passata stagione, consente la rotazione offensiva ed il posizionamento di Russell, Dudley e talora dello stesso Allen in angolo: si tratta di giocatori dalle percentuali ancora altalenanti, ma sempre pericolosi, mentre Harris, sempre uscendo dai blocchi, tende a portarsi più fronte a canestro, il che gli consente di “minacciare” l’attacco al ferro o, più spesso, concludere da fuori con percentuali fin qui irreali (58% 3P), perfino al di sopra di quelle lusinghiere tenute lo scorso anno.

Il sistema si può dire che funzioni decisamente meglio della passata stagione (i Nets tirano dall’arco con quasi il 39%, ottavi assoluti, mentre erano penultimi fino ad aprile!), il che è sì, grandemente dovuto ai miglioramenti dei singoli (ci torneremo) ma, in una squadra il cui quintetto è composto, per 4/5, dagli stessi uomini disponibili lo scorso anno, anche alla presenza in campo dell’unico volto nuovo dello starting five, paradossalmente il più lento, meno tecnicamente dotato, meno realizzatore a disposizione.
Jared Dudley. Il veterano pescato dai Suns per quattro soldi non segna, non tira, difende quando ne ha voglia, eppure risulta alzare tutti i punti statistici di squadra quando è in campo, perché partecipa alla manovra in modo affidabile (3,83 As/TO, di gran lunga il migliore della squadra!), tiene poco la palla (il USG% più basso, circa 10) e, soprattutto, sgombra il corridoio aprendo il campo, avendo fama di tiratore “non battezzabile”. Non ci possono essere altre ragioni perché Atkinson si ostini a preferirlo in partenza sia a Rondae, sia al povero Faried, mai davvero entrato nelle rotazioni, e viene da domandarsi quanto ancor più efficace potrebbe essere il ruolino di marcia offensivo dei Nets qualora avessero in squadra uno stretch four davvero all’altezza…

Qui finiscono le note liete, perché questo sistema, tuttavia, presenta alcune criticità che espongono la squadra a notevoli rischi:
– l’imprevedibilità di rendimento di un sistema incentrato sul tiro da tre punti, specie per una squadra molto giovane e con tanti ragazzi dalla meccanica ancora migliorabile;
– la difficoltà a cambiare registro nel momento in cui le difese compiono i loro adattamenti, in particolare quando schierano giocatori in grado di passare davanti al blocco non concedendo vantaggio al palleggiatore o non permettendo al tiratore di avere il necessario distanziamento.

Quando queste evenienze si realizzano, il portatore trova difficoltà a smarcare un compagno e si vede costretto a forzare la penetrazione (LeVert) o il palleggio (Russell!), oppure a ripartire chiamando un compagno ad uscire per ricevere. Sono situazioni di gioco estremamente prevedibili e, pertanto, prestano il fianco all’intercetto da parte della difesa (16,6 TO, 22,5 punti per gara subiti a partire da una palla persa, peggior dato della Lega!).

Le alternative, anch’esse efficaci a corrente alterna, consistono nelle accelerazioni e le triple dal palleggio di Napier, finora molto positivo e, soprattutto, nel gioco molto più P&R-oriented di Spencer Dinwiddie, nonché nella “lama a doppio taglio” Ed Davis, maestro di blocchi e, soprattutto, di rimbalzi, specie offensivi (secondo assoluto in NBA per OREB%). Dinwiddie in particolare sta guadagnando sempre più spazio soprattutto nei minuti clutch, al di là della prova-monstre della notte di Halloween (quella con Detroit, la squadra che lo selezionò al Draft per poi abbandonarlo al suo destino, sembra essere una Nemesi annuale), a scapito di Russell. Si tratta di un problema molto dibattuto, su cui torneremo a parte.

La difesa. Come ampiamente preannunciato da Atkinson, la filosofia consiste nel chiudere i corridoi agli avversari presidiando l’area, anche a costo di rinunciare alla ricerca dell’anticipo (ventiseiesimi per STL e penultimi assoluti per punti realizzati da palle recuperate). Netta differenza rispetto alle scelte tattiche della passata stagione, così come rispetto all’uso, molto meno ossessivo, dei cambi difensivi sistematici. Questa strategia viene perseguita attraverso il sistematico schieramento di Allen (o Davis) in posizione di attesa sul pick and roll avversario, proprio allo scopo di sbarrare la strada al penetrante e di guadagnare metri preziosi in vista dello scivolamento sul drive o dell’aiuto al ferro. Anche questa scelta sta pagando dividendi ragguardevoli, se è vero che i Nets si classificano ad un più che dignitoso 13° posto per percentuali dal campo concesse agli avversari e addirittura all’11° per punti concessi nel pitturato. Eppure si subiscono tanti punti. Com’è possibile? Ciò è sì, largamente dovuto all’atavico e strutturale gap di fisicità che i Nets pagano agli avversari, soffrendo sistematicamente il gioco in post dei vari Kanter, Drummond o Turner, ma anche ai rischi che questo modello difensivo porta naturalmente con sé:
– non essendo dotati di giocatori in grado di passare sui blocchi, ed essendo, anzi, le guardie designate a marcare il palleggiatore visibilmente tra le peggiori in questo fondamentale, il semplicissimo arresto e tiro dal mid range rappresenta un fondamentale e sistematico coltello che gli avversari affondano nel burro, anticipando l’uscita di Allen;
– essendo Allen chiamato alla chiusura ed al raddoppio, ed essendo l’unico lungo vero in campo, lascia praterie al rimbalzista avversario (penultimi per OPPOREB, 13,3, e per punti concessi da seconda chance, 18,5!).

I singoli: croci e delizie. I Nets hanno chiuso la passata stagione, pur con mille attenuanti, con un record di sole 28 vittorie e, pur cambiando molto, hanno conservato un nucleo di giocatori, tra cui l’intero starting five, immutato, allungando le rotazioni ma senza acquisire nessuno in grado di dare una sterzata significativa alle aspettative per la stagione in corso. Perché il livello di rendimento si alzi, dunque, non può bastare una rosa più lunga ed equilibrata, magari leggermente più confacente alla filosofia di gioco del coach, ma occorre il salto di qualità da parte dei giovani più talentuosi. Ecco perché, quest’anno, #stillawake darà più spazio ed attenzione al rendimento dei singoli.
Detto del notevole contributo di Davis, degli exploit esaltanti di Dinwiddie, della preziosa certezza rappresentata dalla produttività di Harris; non detto, invece, dei progressi fatti (uso del corpo e scelta di tempo su tutti) e ancora da fare (difesa sul low post) di un Jarrett Allen comunque prezioso e futuribile come pochi altri, ci soffermeremo, invece, sui due ragazzi più talentuosi del roster, uno croce, l’altro delizia di questo primo mese di stagione regolare.

Russell, chiamato ad essere leader e risolutore di questo manipolo di ragazzi e di veterani scappati di casa, ad ottobre ha dato un contributo realizzativo ragguardevole (14,8), ancor più nel tiro da fuori, come testimoniano le percentuali dai 7,25, ma, guardando le partite, sta rappresentando più una parte del problema, che della soluzione. Capace di letture ignote ad altri, così come di creare il tiro dal palleggio, soprattutto con l’arresto dal mid range, è riuscito sì, ad implementare la pericolosità da tre punti mettendosi in proprio, ma soprattutto ricevendo gli scarichi (il 72,3% delle conclusioni da tre mandate a bersaglio sono frutto di un assist ricevuto). Questo dato stride, invece, con quanto mostrato at the point contro la difesa schierata, laddove è del tutto evidente l’insistenza nel palleggio sullo stretto, il che, se testimonia, da un lato, fiducia nei propri mezzi, dall’altro inceppa la fluidità della manovra e lo rende prono al rischio di perdere palla (2,8 perse a partita, peggior dato di squadra, e 12,6 TO%, appena meglio di Dinwiddie, ma ben peggio di Napier e Levert). Il tutto indica in Russell un formidabile bomber e facilitatore, meglio da 2 che da 1, almeno finora, ma un pessimo gestore della palla e selezionatore di conclusioni, come testimoniano EFG inferiore al 50% ed uno dei dati peggiori di squadra quanto a TS%.

Note ancor più dolenti in fase difensiva (DEFRTG 114,4), ove, pur essendo capace di letture anticipate (terzo di squadra per palle rubate), la sua marcatura sul portatore di palla rappresenta uno dei talloni d’Achille dei Nets nella propria metà campo: sistematicamente subisce e si pianta sui blocchi, regalando il vantaggio all’avversario e costringendo la difesa a ruotare anticipatamente.
Se finisce in panchina nei minuti finali (quasi sempre) e, quando non lo fa, si rende artefice di clamorose topiche, come quella di New Orleans, si capisce che, per una squadra abbonata ai finali punto a punto, questo rappresenti il principale motivo di preoccupazione, il fronte di lavoro più impegnativo per il coaching staff e, forse, persino la chiave di volta del prosieguo della stagione.
LeVert, insignito da tutti, compagni e tecnici, della palma del più cresciuto nel corso del training camp, ne ha dato, finora, clamorosa dimostrazione sul campo, e non parlo delle cifre, peraltro già riportate. Parlo della sicurezza nei propri mezzi e di quella che è in grado di trasmettere anche ai compagni e a chi guarda la partita attraverso il linguaggio del corpo. Parlo del ball handling e della imprevedibilità sul primo passo, del controllo del corpo in penetrazione e della capacità di assorbire i contatti (di gran lunga il migliore della squadra per punti nel pitturato, 11,3 a partita). Parlo della lenta ma testarda crescita nel tiro da fuori, l’arma che resta da aggiungere per fare di lui un pericolo pubblico in fase offensiva. Parlo di “mamba-mentality”, quando il tiro si ostina a non entrare e lui, con la medesima fiducia, continua a cercarlo fino ad infilare il più importante. Se riuscirà a tornare sui suoi standard difensivi e ad evitare di andare “fuori giri”, avremo di fronte un serio candidato al MIP dell’anno e ad un futuro da star.
Dalla voglia di leadership di Russell e dalla continuità della curva di crescita di Levert, passeranno buona parte dei destini del novembre bianconero.
Stay tuned!

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